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Nel
dicembre del 1973, all'età di 14 anni, Susie Salmon è brutalmente uccisa
dal vicino di casa, George Harvey. L'anima della ragazza vaga in una
dimensione intermedia fra terra e cielo, da cui continua a vegliare
sulla famiglia in attesa che il suo assassino venga smascherato e
catturato. Solo una volta liberatasi da tutto ciò che la tiene ancora
unita al mondo dei vivi, potrà riposare in pace.
I resti del titolo sono quelli (corporei) mai trovati della ragazza, ma
anche (come vengono definiti nel romanzo di Alice Sebold) "quei
legami - talvolta tenui, talvolta frutto di grandi sacrifici...ma per lo
più magnifici" che si formano dopo la sua scomparsa. Corporale e
spirituale, terrestre e celeste, è l'affascinante dualismo che è alla
base di tutto il film (e del libro). Ed è attraverso la dinamica
alternanza tra i due che il "kolossalomane" Peter Jackson
costruisce la trasposizione, incentrando il primo sul filo della
suspence e il secondo sul fascino dell'immagine, dove l'inventiva non si
spreca. Il cosiddetto "mondo intermedio", una sorta di limbo o meglio di
purgatorio, dove l'anima non trascende al mondo dei Cieli perchè ancora
legata emotivamente a quello dei vivi, è dunque tradotto visivamente in
un barocchismo dell'immagine, dai colori sfolgoranti e dal compiaciuto
effettismo, ma privo invece di un ricorso, sicuramente più congeniale,
ad un simbolismo d'effetto. Difatti "l'ineffabile" dantesco, nel film è
tradotto in un'eccessiva saturazione cromatica, in un'elaborazione
digitale dei paesaggi (ripresi nella neozelandese South Island e poi
riadattati digitalmente) che scade spesso nel kitsch figurativo: la rosa
rossa che si schiude sotto un lago ghiacciato, la luna che scandisce il
tempo a mò di orologio, montagne innevate che costeggiano l' oceano.
"Amabili resti" in effetti funziona senz'altro come crime-story e
come interessante variazione della ghost-story ma perde indubbiamente
credibilità come saggio di teologia e metafisica. Jackson
valorizza l'aspetto più onirico e dark del testo, inanellando in due ore
e venti sequenze davvero ben fatte, molte di tensione date, tra l'altro,
dall'utilizzo di interessanti tecniche di ripresa che inglobano
dimensione claustrofobica e deviazione prospettica, ma sopratutto dalla
sagace distorsione e alterazione dei suoni, altre dal delicato tocco
ironico. Ma riesce anche a commuovere e far sorridere. Ampio respiro è
dato quindi a una messa in scena formalmente impeccabile,
figurativamente (almeno nelle intenzioni) meravigliosa, e c'era da
aspettarselo, meno all'insieme contenutistico, invece molto ricco ( si
parte dall'omicidio, per passare poi all' obbligato abbandono dell'amato
focolare domestico, all'odio e al rancore, alla redenzione e
all'espiazione, alla vicinanza ai cari anche dopo la morte) e sottoposto
purtroppo a un processo di banale semplificazione. Ne conseguono trovate
di pessimo gusto. Imprudenze e lacune anche sul fronte dei personaggi:
se da una parte i primari sono delineati in modo piuttosto convincente,
gli altri rimangono schizzi interessanti che non trovano forma: ne sono
un esempio Ruth, la ragazza pseudo-veggente, e Ray, "Il Moro"
innamorato.
In un cast valido e credibile, Saoirse (si pronuncia "sear-sha")
Ronan si conferma giovane talento dopo l'ottima e ineccepibile
interpretazione in "Espiazione" (che le è valsa la candidatura
agli Oscar). Stanley Tucci, con parrucchino biondo e lenti a
contatto colorate, è inquietantemente bravo.
Scheda:
Amabili Resti
Riccardo Balzano |