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2154. Jake Sully, ex Marine costretto sulla sedia  a rotelle viene arruolato, al posto del fratello defunto, nel Programma Avatar che prevede lu studio della popolazione indigena di Pandora attraverso il collegamento della coscienza umana a un avatar, un corpo biologico guidato a distanza, in grado di sopravvivere all’atmosfera letale del pianeta. Raggiunge quindi l’avamposto degli umani ad anni luce di distanza dalla Terra dove un consorzio di aziende è impegnato nell’estrazione di un raro minerale, l’Unobtainium, fondamentale per risolvere la crisi energetica sul nostro pianeta. Rinato nel corpo di un avatar, Jake s’infiltra nel mondo dei Na’vi e qui conosce Neytiri che dopo avergli salvato la vita fa si che venga accolto nel suo clan. Man mano che il loro rapporto s’intensifica,  il ragazzo è combattutto tra il seguire i propri sentimenti o portare a termine il riprovevole piano del colonnello Quaritch, volto a sterminare la popolazione e a distruggere Pandora per impadronirsi dell’Unobtainium. 

Erano quindici anni che “Avatar” attendeva di prendere forma.  Ma da quanto afferma il regista, ha radici ancora più lontane, nella sua infanzia. Non è difficile immaginarsi quindi un James Cameron, bambino, che nascosto dietro i libri di scuola, scarabocchia coi pastelli durante le lezioni di matematica  personaggi  immaginari  frutto dell’appassionata lettura di fumetti e romanzi di fantascienza. Più difficile invece collocare “Avatar” nel panorama cinematografico contemporaneo,  attratto  dall’allettante proposta visiva dello stereo 3D (moda passeggera o davvero cinema del futuro?) a cui unisce CG, performance capture (che perfeziona la tecnica della motion capture, registrando in modo assai più preciso la mimica facciale degli intepreti), virtual camera ( una vera e propria cinepresa virtuale, grazie alla quale è stato possibile effettuare riprese direttamente nello  spazio digitale), Fusion Camera System ( il sistema di ripresa stereoscopico oggi più avanzato per girare le scene live action in 3D, sviluppato dallo stesso Cameron e Vince Pace) e ancora legato ad una costruzione diegetica lineare, che segua una netta e nota linea d’azione. A Cameron va risconosciuto a prescindere un pregio: gli effetti speciali sono sempre stati nei sui film “funzionali” al racconto, mai intesi come suo valore aggiuntivo, come ingredienti esclusivamente di condimento anziché di preparazione . Qui conferma un modo di fare intrattenimento di qualità, senza ricondurre necessariamente il piacere della narrazione a un’insistente scarica di rigetti digitali. Dunque “Avatar” è tecnicamente impeccabile, corretto e disciplinato nella messa in immagini, raffinato nella proposta scenografica ( Rick Carter, Robert Stromberg) di Pandora, Eden (in)contaminato, paradiso esotico dall’ atmosfera tossica (per l’organismo umano s’intende)che riecheggia delle memorie e dei lamenti degli avi. Ciò che convince meno è la storia. Cameron pesca dalla lunga tradizione cinematografica (e letteraria) fantascientifica, amalgama con professionalità, azzarda di tanto in tanto con successo (la rete neurale, simile al sistema nervoso umano,  che connette tutte le forme di vita sul pianeta) ma si perde nell’ingarbugliato labirinto di riferimenti e citazioni (volontarie o involontarie?). Si parte da  Méliès  e il suo fantastico “Viaggio nella Luna”, passando per le opere di J. Verne,  la “Guerra dei mondi” di H. G. Wells (che prevede qui un’inversione dei ruoli), “Jurassic Park” di Spielberg,  quindi  A. C. Doyle con “Il mondo perduto” e così via. E poi c’è lei, che con la fantascienza non c’entra nulla, la cui biografia vanta di un’edulcorata versione disneyana e di una splendida trasposizione di T. Malick: Pocahontas. Sul web ne è nata una vera e propria discussione. Sta di fatto che le analogie non sono poche. Soprattutto per quanto concerne i contenuti:  il contatto tra due culture, la loro contaminazione, panteismo pagano, spiritualismo naturalistico, ecologismo, la protagonista “selvaggia” come “magistra vitae” . C’è poi la politica USA di Bush in Iraq, ma questo è un altro discorso. Il cast è all’altezza del progetto e oltre a lanciare definitivamente il promettente Sam Worthington (già protagonista in “Terminator Salvation”) vanta dell’ottima interpretazione di Sigourney Weaver  e di Zoe Saldana ( vista invece nello “Star Trek” di Abrams). Fiacche musiche di J. Horner (“Troy”, “Apocalypto”) e funzionale fotografia di Mauro Fiore.

In sintesi: “Avatar” come tutti i kolossal non manca di ambizione ma nemmeno di astuzia. Per quanto gli argomenti possano non giungere come nuovi allo spettatore, la squisitezza formale con cui vengono esplicitati in immagini e l’eleganza comunicativa con cui sono divulgati ne fanno un film di grande interesse.

Scheda: Avatar

Riccardo Balzano

 

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