[REC] 2: Recensione di Riccardo Balzano
Arrivato sul luogo, un gruppo di agenti delle forze speciali s'insinua all'interno del condominio in cui un misterioso virus sta contagiando gli inquilini trasformandoli in zombi. Nel frattempo tre ragazzini, armati di videocamera e "divorati" dalla curiosità, approfittano del trambusto per entrare nell'edificio. 

Raro caso di film in cui l'azione riprende a pochi minuti di distanza da dove era stata interrotta in quello precedente. E ancora caso più unico che raro, dati i tempi che corrono, di sequel horror all'altezza del primo. Tanti i punti a suo favore: durata ridotta al minimo sindacale (80 minuti scarsi), climax ascendente di tensione, sapiente direzione e costruzione delle sequenze impressionanti, più ritmo (stavolta si inizia subito, dopo un rapido scambio di battute sul veicolo che trasporta le forze speciali al "luogo del fatto"), più violenza, più complicità tra spazio interno ed esterno (tra cui fanno da intermediari i tre ragazzini che per pura curiosità penetrano nell'edificio) che accentua quanto basta il senso claustrofobico. Unica pecca: il virtuale abbaglio di realismo si dissolve in un artificioso (troppo) tentativo di metacinema. Ma anche un un'unica grande svolta: il piano narrativo si disgrega in direzioni interattive, parecchio influenzate dal modello videoludico, grazie all'utilizzo di metodi e formati di ripresa differenti. La molteplicità di focalizzazione e tecnica rende infatti [REC]2 sicuramente più intrigante a livello visivo, suggerendo sequenze d'effetto e  bei momenti di paura, ma l'eccessiva combinazione di trucco ed effetti speciali annienta quell'illusione di verosimiglianza con i suoi attimi prolungati di stasi e di attesa che rendevano il film precedente indubbiamente angosciante. Non ne viene meno però la foga voyeurstica con cui l'obiettivo doveva documentare, in [REC], l'incredibile strage che stava consumandosi nell'edificio. Proprio quell'obiettivo che sintetizzava in sè ben tre occhi (quello della cinepresa, del cameraman/regista e dello spettatore) e che andava a convertirsi in metafora della funzione del cinema stesso, qui è triplicato e trova maggiore espressione e suggestione nel breve  "episodio" dei tre ragazzi.

La seconda (ed ultima, a detta dei due registi) pellicola sfugge dunque alla comune definizione di "minestrina riscaldata", o almeno va detto che oltre al molto brodo è stato aggiunto anche tanto condimento.