127 Ore: Recensione di Paolo Bassani

Aron Ralston ha 26 anni, è bello, in forma, pieno di amici, con una famiglia lontana ma che cerca di stargli vicino il più possibile e un lavoro che lo appaga. E ha anche una passione: le escursioni nella natura più sperduta, in bici o a piedi, da solo o in compagnia, con le sue cuffie sempre sulla testa e un'infinito desiderio di libertà. E' con questo spirito che una mattina di aprile del 2003 lascia il suo appartamento, non risponde al messaggio in segreteria della madre, non dice al suo collega di lavoro dove sia diretto e parte alla volta del Blue John Canion, nello Utah. Lì incontra due ragazze a cui fa da guida, per poi riprendere la sua escursione in solitaria. Purtroppo la sfortuna vuole che, scendendo un crepaccio, Aron muova una grossa pietra che gli cade sulla mano destra, intrappolandolo nelle viscere della terra. Nessun modo di comunicare col mondo, solo poche gocce d'acqua, qualche attrezzo e un coltellino svizzero (ma fabbricato in Cina) con cui inizialmente tenta di scheggiare la roccia ma che, dopo 127 ore, allo stremo delle forze, gli servirà per compiere un atto estremo di salvezza.

La sfrenata abilità registica di Danny Boyle al servizio di una storia con un unico protagonista, bloccato in un unico set. Sembrerebbe un controsenso, se non fosse che il regista britannico (premio Oscar per The Millionaire) ha anche questa volta colpito nel segno raccontando la vera storia di Ralston con una passione e un coinvolgimento unici. Boyle disintegra il film in mille pezzi, spezzettandolo in multipli flashback o futuri immaginari, dividendo lo schermo continuamente per offrirci una panoramica unica e completa sia del povero ragazzo intrappolato tra le rocce, sia di quello che nella sua mente passa in quei drammatici momenti. E, come in Buried, un unico, immobile, piccolissimo set non pregiudica affatto il poter raccontare la storia come fosse un film d'azione, lasciando il pubblico molto spesso senza fiato. Ma ai momenti più avvincenti si alternano anche scene più intimiste e drammatiche. Il corvo che ogni mattina sorvola la testa di Aron quasi come un lugubre presagio, il misero quarto d'ora di sole giornaliero che gli viene concesso dalla natura e con il quale riesce ad avere un minimo sollievo tra quei massi ghiacciati, la lucidità che piano piano viene meno, fino ad una delirante (ma estremamente dolorosa) sequenza in cui Aron si impersona ospite di un ipotetico talk show televisivo: una scena che offre tra l'altro a James Franco, mai così bravo (ma per la statuetta è ancora presto) il pretesto di sdoppiarsi in multiple personalità e di offrirci un'interpretazione memorabile.

Ma si sa, il pubblico è voyeurista, e il momento più atteso è ovviamente quello della "liberazione". Ebbene sì, lascia incollati alla poltrona, sfido chiunque a riuscire a proferire parola durante quei tragici secondi (che Boyle però "smorza" in un montaggio abbastanza frenetico). Alla fine, quando Ralston rivede la luce, tutto ciò che rimane è un forte e profondo senso di rispetto. E il finale, criticato da molti per la sua eccessiva spinta sul pedale della commozione, è invece doveroso nell'omaggiare un uomo che con il suo coraggio ha vinto "la pietra che lo aspettava lì da tutta la sua vita".