Agorà: Recensione di Riccardo Balzano
Mentre Alessandria d’Egitto è invasa da una setta di cristiani chiamati Parabolani (capeggiati dal vescovo Cirillo), Ipazia, astronoma, matematica e filosofa, porta avanti i suoi studi sui moti terrestri e celesti divulgando il proprio sapere a una stretta cerchia di discepoli. Quando però decide di non abbracciare la nuova religione e conferma anzi il proprio ateismo, e data anche la sua "pericolosa" vicinanza a importanti personaggi della vita politica della città, viene messa a morte (nel 415) e uccisa brutalmente.

Sorvolando sui rallentamenti e i problemi di produzione e distribuzione che la pellicola ha avuto nel nostro Paese (uno degli ultimi che lo vedranno in sala, addirittura dopo il Kuwait) e sulle accuse di anti-cristianità mosse da alcuni, la quinta opera del cileno Amenabar concilia verosimile “biografico” e devota “agiografia” (il termine può sembrare paradossale, ma come afferma anche il regista: “Ipazia è il personaggio più cristiano del film”) inglobandoli in un discorso più ampio, circoscritto nello spazio circolare dell’agorà, che prevede argomenti importanti, quali il millenario conflitto tra Scienza e Chiesa, l’intolleranza religiosa e l’ingiusta discriminazione del sesso femminile nella società arcaica (inutile dire che l’attualizzazione dei temi è meccanica).

Come in ogni film storico (in molti hanno abusato del termine “peplum”, del tutto fuori luogo), l’attenzione alla ricostruzione scenografica (perfino i cieli appaiono come erano allora, grazie all’accurato lavoro di esperti) rischia di avere la meglio sul disegno dei personaggi, ma in realtà, azzardando alcuni termini architettonici, Ipazia, i suoi discepoli e schiavi come cariatidi (o telamoni) sorreggono qui la struttura dell’opera e non ne contemplano da corpi estranei l’imponenza magnifica, né tantomeno ne rimangono oscurati dall’ombra. E se nel film tanto si parla di cerchi ed ellissi, di moti armonici e perfetti, non possiamo che riscontrare quella stessa (im)perfezione ellittica, ma a suo modo meravigliosa, nella trasposizione stessa, minata di difetti (il sub plot sentimentale a tratti artificiosamente romanzato, qualche cruento scontro armato inscenato sbrigativamente per simulare uno spettacolo degno del peggior épos , lo score scritto con enfasi dall’italiano Dario Marianelli )ma fluida, luminosa.

E non meno complessa e affascinante è l’Ipazia trascritta da Amenabar che vi sintetizza sete di conoscenza “illuminata”, pensiero positivistico (ante litteram ovviamente, e non è un caso che proprio durante l’Illuminismo fu celebrata) e filosofia neoplatonica, che sublimano nello sguardo acceso e dolce di una Rachel Weisz che si accende tra le stelle, mentre incantata scruta la volta celeste.