Amabili Resti: Recensione di Riccardo Balzano
Nel dicembre del 1973, all'età di 14 anni, Susie Salmon è brutalmente uccisa dal vicino di casa, George Harvey. L'anima della ragazza vaga in una dimensione intermedia fra terra e cielo, da cui continua a vegliare sulla famiglia in attesa che il suo assassino venga smascherato e catturato. Solo una volta liberatasi da tutto ciò che la tiene ancora unita al mondo dei vivi, potrà riposare in pace.

I resti del titolo sono quelli (corporei) mai trovati della ragazza, ma anche (come vengono definiti nel romanzo di Alice Sebold) "quei legami - talvolta tenui, talvolta frutto di grandi sacrifici...ma per lo più magnifici" che si formano dopo la sua scomparsa.  Corporale e spirituale, terrestre e celeste, è l'affascinante dualismo che è alla base di tutto il film (e del libro). Ed è attraverso la dinamica alternanza tra i due che il "kolossalomane" Peter Jackson costruisce la trasposizione, incentrando il primo sul filo della suspence e il secondo sul fascino dell'immagine, dove l'inventiva non si spreca. Il cosiddetto "mondo intermedio", una sorta di limbo o meglio di purgatorio, dove l'anima non trascende al mondo dei Cieli perchè ancora legata emotivamente a quello dei vivi, è dunque tradotto visivamente in un barocchismo dell'immagine, dai colori sfolgoranti e dal compiaciuto effettismo, ma privo invece di un ricorso, sicuramente più congeniale, ad un simbolismo d'effetto. Difatti "l'ineffabile" dantesco, nel film è tradotto in un'eccessiva saturazione cromatica, in un'elaborazione digitale dei paesaggi (ripresi nella neozelandese South Island e poi riadattati digitalmente) che scade spesso nel kitsch figurativo: la rosa rossa che si schiude sotto un lago ghiacciato, la luna che scandisce il tempo a mò di orologio, montagne innevate che costeggiano l' oceano. "Amabili resti" in effetti funziona senz'altro come crime-story e come interessante variazione della ghost-story ma perde indubbiamente credibilità come saggio di teologia e metafisica. Jackson valorizza l'aspetto più onirico e dark del testo, inanellando in due ore e venti sequenze davvero ben fatte, molte di tensione date, tra l'altro, dall'utilizzo di interessanti tecniche di ripresa che inglobano dimensione claustrofobica e deviazione prospettica, ma sopratutto dalla sagace distorsione e alterazione dei suoni, altre dal delicato tocco ironico. Ma riesce anche a commuovere e far sorridere. Ampio respiro è dato quindi a una messa in scena formalmente impeccabile, figurativamente (almeno nelle intenzioni) meravigliosa, e c'era da aspettarselo, meno all'insieme contenutistico, invece molto ricco ( si parte dall'omicidio, per passare poi all' obbligato abbandono dell'amato focolare domestico, all'odio e al rancore, alla redenzione e all'espiazione, alla vicinanza ai cari anche dopo la morte) e sottoposto purtroppo a un processo di banale semplificazione. Ne conseguono trovate di pessimo gusto. Imprudenze e lacune anche sul fronte dei personaggi: se da una parte i primari sono delineati in modo piuttosto convincente, gli altri rimangono schizzi interessanti che non trovano forma: ne sono un esempio Ruth, la ragazza pseudo-veggente, e Ray, "Il Moro" innamorato.

In un cast valido e credibile, Saoirse (si pronuncia "sear-sha") Ronan si conferma giovane talento dopo l'ottima e ineccepibile interpretazione in "Espiazione" (che le è valsa la candidatura agli Oscar). Stanley Tucci, con parrucchino biondo e lenti a contatto colorate, è inquietantemente bravo.