Arrietty - Il Mondo Segreto Sotto il Pavimento: Recensione di Riccardo Balzano

Trasferitosi nella casa in campagna della zia, il piccolo Sho, malato di cuore e in attesa dell’operazione che potrebbe salvargli la vita, scopre e fa conoscenza di piccoli esserini, i “Rubacchiotti”, alti dieci centimetri, che vivono da molto tempo nella vecchia abitazione e che per sopravvivere commettono piccoli furti. Con Arrietty, minuscola quattordicenne, nascerà una vera e propria amicizia.

Alla base c’è un racconto di Mary Norton (una degli autori del disneyano “Pomi d’ottone e manici di scopa” del ‘73), “The Borrowers”, da cui venne tratta una serie di episodi per la televisione e una trasposizione cinematografica nel ’97 con John Goodman. Pochi sanno però che circa quarant’anni fa Hayao Miyazaki e Isao Takahata avevano progettato un adattamento che solo ora vede la luce. Affidato a Hirosama Yonebayashi, al suo primo incarico da regista ma collaboratore di vecchia data dello Studio Ghibli, “Arrietty” conferma pregio e stilemi della casa di produzione giapponese: complesso negli spunti, preciso nella tecnica (disegni a mano, esattissimi e dettagliati, con il minimo intervento della computer grafica), impeccabile nel racconto, il film esplode di meraviglia visiva e di forte carica allegorica.

Il “borrower” è “colui che prende in prestito”, non un ladro, anzi soggetto-archetipo, piccolo essere che evoca il contatto primordiale con la Natura e che contempla il Creato e ricerca una scambio materiale incondizionato con esso: i piccoli “furti” sono necessari alla sopravvivenza dell’individuo (e della specie), che ripaga con il rispetto. Altro concetto fondamentale su cui fa perno il racconto è quello di “possesso”: ai “rubacchiotti” (questo il nome italiano) non è permesso possedere, sono costretti alla ricerca ossessiva di alimenti e materiali e anche di un’abitazione, né è permesso loro rivelarsi, quindi non è gli è concessa un’identità. L’uomo, di contro, oltre ai beni materiali, possiede anche l’altro, il diverso, lo sottomette, lo priva della libertà. Ostilità a cui è possibile contravvenire solo con un patto, l’accettazione l’uno dell’altro, la tolleranza.Argomentazioni non troppo lontane da quelle del precedente “Ponyo sulla scogliera”, in cui maggiore e più invasiva era la tanto vagheggiata (da papà Hayao) utopia ecologista, che trova qui soluzione nell’indugio considerevole su panoramiche che esplorano l’idillio paesaggistico, eden ideale e idealizzato che accoglie promiscuamente i suoi ospiti.

Più marcato invece è il senso di angoscia, di malinconia: la vicinanza della morte (il piccolo protagonista è cardiopatico) emette sintomi spettrali che smorzano i toni enfatici del lieto fine; l’amara constatazione dell’utopia visionaria e quindi la consapevolezza dell’inattendibilità delle immagini trasposte rispetto al vero, che erano l’unica fonte di sconcerto dei film precedenti, sono sostituite da un esplicito rituale funebre che, solo in extremis, si accende di speranza, sia per chi è alla ricerca di un nuovo nido, sia per chi tenta disperatamente di continuare a godere della vita, semplicemente apprezzandola. Che le major statunitensi (fatta eccezione dell’altrettanto valida Pixar, certamente) prendano esempio.