Astro Boy: Recensione di Riccardo Balzano
Dopo aver perso il figlioletto in un incidente in laboratorio, il dottor Tenma crea un automa che abbia le sembianze del bambino e ne mantenga i ricordi. Insoddisfatto però del risultato, in cui vede solo una brutta copia e non il figlio stesso, decide di disfarsene. Allontanatosi da casa e fatta amicizia con dei ragazzini "terrestri", nonchè sopravvisuto agli scontri tra robot organizzati dal temibile HamEgg, Astro è ricercato dal candidato alla presidenza Stone che vuole impossessarsi dell'energia positiva pura che gli permette di vivere.

Era l'aprile del 1952 quando sulla rivista giapponese Shonen Manga faceva la sua prima comparsa "Tetsuwan Atomu", meglio conosciuto come  "Astro Boy", del mangaka Osama Tezuka. E' David Bowers ("Giù per il tubo") a curarne la trasposizione sul grande schermo, a quasi cinquant'anni dalla messa in onda della prima puntata della serie animata (1963) tratta dal fumetto. Dotato di un linguaggio assolutamente semplice adatto ai più piccoli e privo di policromie metaforiche ed allegoriche che ne incoraggino una lettura approfondita oltre a quella (unica) superficiale, l' "Astro Boy" di Bowers è un film di cloni (come d'altronde è l'eroe stesso, copia cibernetica del figlio morto del dott. Tenma) e di riflessi, che proietta, sbiaditi, caratteri fortemente stereotipati, ignari di qualsiasi ambiguità: i buoni sono buoni, i cattivi sono cattivi per davvero. Non vanta neanche di un'ambientazione particolarmente interessante o originale, il che potrebbe essere interpretato come un tentativo di accostamento fedele all'opera di Tezuka e come omaggio nostalgico all'inventiva fantascientifica del tempo. Siamo quindi in un futuro imprecisato, dove la terra è ricca di rifiuti ( il che non può non richiamare alla mente il bel "Wall-E") e un pezzo di questa, un' isola felice sospesa in aria e chiamata Metro City, ospita una metropoli vivace in cui l'uomo sfrutta in modo spropositato i suoi "amici" (tali vengono considerati, erroneamente) robot. Il "futuristico" si abbandona di conseguenza alle solite suggestioni, a una raffigurazione dell' urbe che già nel "Metropolis" di F. Lang (da cui Tezuka aveva preso in prestito titolo e parte della trama per la realizzazione dell' altro celebre manga) aveva trovato quei tratteggi figurativi (i grattacieli altissimi, i ponti, le navicelle fluttuanti a mezz'aria) ripresi in seguito dalla maggior parte della produzione sci-fi. A rendere il film men che modesto è la proposta grafica, spoglia ed esiguamente raffinata che, visti i risultati ottenuti nel campo da altre grandi Case (la Pixar su tutte), potrebbe facilmente (magari crudelmente) definirsi "antidiluviana", che trattiene da una visione appassionte anche a livello prettamente visivo. E' stato inoltre terribilmente inutile infarcire il racconto di compiaciuti ammiccamenti al fronte politico (il candidato che in occasione delle elezioni è disposto a tutto pur di accattivarsi il consenso pubblico) se non si è stati nemmeno capaci di dare il giusto spessore al protagonista. Peccato per quei primi venti minuti che sembravano promettere davvero qualcosa di gradevole. Nota positiva e confortante sono le voci originali, funzionali.