Biancaneve: Recensione di Riccardo Balzano

Confinata dopo la misteriosa scomparsa del Re, suo padre, nel suo castello dalla matrigna dai modi tirannici, Biancaneve riesce a evadere dalla reggia e a scoprire la desolante condizione in cui versa il reame. Infastidita dal comportamento della figliastra la Regina ordina che sia deportata nel bosco e lasciata morire uccisa dalla bestia che vi abita. Qui però la fanciulla incontra sette nani che la ospitano e la addestrano al combattimento. Grazie al loro aiuto e a quello di un principe forestiero, di cui la matrigna si invaghisce, cercherà di riconquistare il trono.

E’ stato inaugurato da Tim Burton nel 2010, con il suo “Alice in Wonderland”, il recupero di figure topiche della fiaba moderna  (o meno) ri-mitizzate ed emancipate da espedienti narrativi di impostazione sessista. Lo era stata, come detto, l’eroina di Carroll, rinviata alla sua “missione” nell’adolescenza, con l’acquisizione del suo status socio-culturale di donna di fine secolo (‘800), e l’esigenza di autoaffermazione nel sogno come nella vita per approdare all’età adulta. E’ poi succeduta la Cappuccetto Rosso di Catherine Hardwicke, che aveva recuperato la metafora sessuale della parabola (dalle radici assai antiche) predilegendo l’eros all’épos. E’ ora il turno di Biancaneve (che rivedremo sullo schermo quest’estate nella versione di Rupert Sanders) canonizzata nella sua fisionomia e nei suoi attributi, reintegrata da Tarsem Singh nel suo contesto senza alterazioni iconoclaste. 

E’ ben noto, agli accoliti, quanto il regista indiano tenda all’accumulo della figurazione e del decoro, spesso a  discapito della narrazione ispirata a scipt assai poco audaci: era accaduto in “The Cell”, suo film d’esordio, ma anche nel più recente “Immortals”, meno nell’interessante “The Fall” in cui ha preso parte anche alla stesura della sceneggiatura. La grande cura per la messa in scena, l’accorta gerarchizzazione del profilmico all’interno dei piani e dell’inquadratura, la predilezione per l’autentico artigianale anziché per il contraffatto digitale non è qui da meno, e la docilità della favola permette discrete licenze narrative e ammette la prevedibilità, dell’happy ending in primis. Se per l’appunto il racconto, che raccoglie anche elementi della fiaba inediti alla più nota versione Disney del ’37 ma non estranei ad altre più datate, è privo di svolte importanti attenendosi agli schemi diegetici della favola e mantiene intatta l’idealizzazione e la stilizzazione della protagonista femminile, fatta eccezione della conversione “amazzone” tutt’altro che funzionale allo svolgimento dei fatti e all’evoluzione del personaggio che rimane assuefatto all’intervento e all’ausilio  del maschio (che siano i nani o il cavaliere), il film trova il suo fulcro d’interesse nella Regina della Roberts, despota e venere, ambiguamente regale e palesemente divistica: una star fuori dal suo tempo ma ossessionata dal tempo, che non rinuncia alla sua toeletta e alla cosmesi più improbabile ( che incude la puntura d’ape sulle labbra, in sostituzione del botulino), che ha come confidente una sua proiezione (il riflesso allo specchio) più pacata e assennata, richiamando in modo spiritoso e onesto alla duplicità identitaria. Altrettanto valido è il gruppo dei nani, emarginati dalla società e per questo dediti a una professione poco lecita, il brigantaggio.

Come sempre tutt’altro che trascurabile è il contributo alle scene (Tom Foden) e alla fotografia (Brendan Galvin), nonché la raffinata stravaganza dei costumi, firmati dalla compianta Eiko Ishioka, e la delizia orchestrale del "disneyano" Alan Menken.