Blood Story: Recensione di Riccardo Balzano
Anni ’80. Owen, bambino introverso e solitario, vittima di bullismo, fa la conoscenza di Abby, misteriosa coetanea trasferitasi col padre nell’appartamento accanto al suo. In breve tempo, mentre vengono commessi efferati omicidi nei dintorni, i due si affezionano l’uno all’altra, ma la ragazza nasconde un inquietante segreto.

Sono principalmente due i motivi per cui il remake funziona: a dirigerlo c’è un bravo regista che lavora poco, e a interpretarlo una coppia di giovani attori (Kodi Smit-McPhee e Chloe Moretz) affiatata e credibile. “Let me in” (vogliamo evitare, fin quanto ci è consentito, l’idiota nomenclatura italiana) può considerarsi in realtà una seconda trasposizione, certo indebitata non poco con la prima, ma autonoma nella ri-contestualizzazione e nel lessico filmico-diegetico. Accorciato nel titolo ( da “Let the right one in”) non lo è nei contenuti, più nella messa in scena.

Se Alfredson aveva focalizzato la propria interpretazione del testo sulla figura del vampiro, spettrale proiezione degli istinti violenti e sessuali del bambino, emancipata dalle norme sociali, a cui tutto è concesso, perfino l’omicidio, per la sopravvivenza, Reeves ne rilegge il personaggio in chiave (anti)cristiana, cogliendo del Male le sfaccettature più benefiche: la violenza diventa quindi auto-affermazione, crescita morale, compromesso con il Bene. Luce ed ombra convivono, imprescindibili l’una dall’altra, nella realtà contigua dello schermo e nelle fotografia (Greig Fraser); solo chi è capace di accoglierne (e incorporarne) i contrasti è pronto ad affrontare la vita. A Reeves va riconosciuto di non aver ceduto alla spettacolarizzazione dell’immagine e del sentimento, pratica comune del making e re-making hollywoodiano, ma di aver abbracciato una certa coerenza tra estetica e narrazione: la discrezione dei movimenti di macchina, le inquadrature fisse, i primi piani, l’alternanza di fuoco e fuori fuoco sembrano però voler simulare quell’impostazione glaciale, asettica perfino anonima del film nordeuropeo (svedese, nel nostro caso), che Alfredson aveva saputo colorire di una poesia inquietante, andando a scavare nei personaggi quanto nella profondità di campo (vogliamo ricordare la grande intuizione nella scena in piscina, dove senza neanche uno stacco di ripresa né uno spostamento di macchina si è realizzata una sequenza di fortissimo impatto visivo?).

Il risultato è un film comunque assai valido, inferiore certo all’originale (che godeva anche dell’impiego di J. A. Lindqvist, autore del romanzo, alla sceneggiatura) ma genuino, per una volta, artisticamente indipendente dalle logiche di mercato. Musiche di Michael Giacchino.