Boris - Il Film: Recensione di Paolo Bassani

Dove eravamo rimasti? Alla fine della terza serie di Boris, l'ex regista televisivo Renè Ferretti (Francesco Pannofino) aveva mollato tutto, si era dato a un'improbabile professione di guardia forestale assieme all'amico e collega, suo direttore della fotografia, Duccio (Ninni Bruschetta), ma era stato richiamato sul set per l'ennesimo seguito della soap "Gli occhi del cuore". Qualche anno è passato, e nel prologo lo troviamo a dirigere una fiction sulla giovinezza di Papa Ratzinger, con il solito, egocentrico e smisurato Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti) nei panni del protagonista. Ma una lite lo rimanda su tutte le furie e gli fa lasciare il set e tutti i suoi storici collaboratori. Sei medi dopo, arriva la grande possibilità: dirigere, stavolta per il cinema, un film tratto dal libro "La Casta". Per farlo però, Ferretti vuole puntare in alto, disfandosi della sua incapace troupe di sempre (dall'elettricista Biascica all'ubriacone segretaria di edizione Itala) per fare del grande cinema d'autore italiano. Le conseguenze saranno terribili.

Innanzitutto precisiamo: chi scrive è un grande fan e conoscitore delle tre stagioni televisive di Boris. Non so quindi pensare a come possa reagire un "vergine" di fronte a questo film, fatto di continui rimandi e citazioni del passato su piccolo schermo. Di sicuro non si divertirà come mi sono divertito io. Perché Boris - Il film, scritto e diretto dai tre autori di sempre, riprende le tematiche che noi tutti conosciamo (il marcio dello spettacolo italiano, fatto di incapaci, mazzette, raccomandazioni, attrici cagne, attori sniffatori, cinepanettoni) e le annerisce ancor di più, creando un film nero, cupissimo, nei colori e negli umori, che non dà un briciolo di speranza ma anzi affossa quelle, minuscole, che ancora ci erano rimaste. Bisogna conoscere non solo il cinema italiano ma anche tutte le dicerie che gli stanno attorno per godersi ogni minimo riferimento: dall'attrice nevrotica ma super-richiesta Marilita Loy (interpretata da Rosanna Gentili e chiarissimo riferimento alla non facile personalità di Margherita Buy), alla casa di produzione Magnesia (vedi Magnolia), fino alle continue frecciatine a Matteo Garrone, Fandango, Medusa. Tutto viene morso ma, attenzione, non condannato: perché a nulla servirebbe, la soluzione non c'è e non è dietro l'angolo.

I momenti di comicità si sprecano: dalla geniale "moltiplicazione aritmetica" a cui è sottoposta la Cagna Maledetta (Carolina Crescentini) alla svolta nel suo rapporto con il cameraman Lorenzo (Carlo De Ruggieri), dai simpatici camei del premio Oscar Nicola Piovani e di Claudio Gioè, alla lezione sulle "regole del cinepanettone" di Giorgio Tirabassi, passando per i sempre irresistibili Biascica di Paolo Calabresi e Duccio di Ninni Bruschetta, fino alle straordinarie irruzioni sul set di Stanis/Sermonti nei panni di Gianfranco Fini. Arriviamo però alle stonature, perché qualcuna c'è: innanzitutto l'impianto scenico non si è discostato molto da quello a cui eravamo abituati in tv, e visto il passo cinematografico qualcosa di meglio si poteva fare (magari affidandosi a un regista più esperto); e soprattutto, stupisce che i tre sceneggiatori Torre-Vendruscolo-Ciarrapico abbiano voluto calcare così tanto la mano, e puntare così tanto il dito, contro il solito cinepanettone natalizio, che al primo riferimento fa ridere, al secondo fa sorridere, ma quando si capisce che la vicenda si tramuterà alla fine, dopo bel altre e più rosee basi iniziali, in un attacco contro quell'unico tipo di cinema diventa oltremodo stancante. Come se i problemi del cinema italiano fossero da imputare a quella sola proposta cinematografica annuale: purtroppo così non è. Bisognava prendersela con i cosiddetti registi d'autore che girano film a loro proprio uso e consumo senza pensare al pubblico che infatti ne diserta le sale, bisognava prendersela con le commediole scialbe che hanno così tanto successo pur essendo così tanto vuote dentro, bisognava prendersela sì con gli attori, ma con quelli incapaci che vengono trattati da divi (e non con quelli bravi che fanno i film di Natale, chiaro riferimento a De Sica, Ghini ecc.). Insomma, una sbavatura evitabile, e un finale oltremodo sbrigativo, che non fanno raggiungere a Boris - Il film le vette sperate. Ma il risultato è comunque godibile, perfido e spesso più intelligente di quanto possa sembrare.