Bruno: Recensione di Riccardo Balzano
Bruno, direttore di una celebre rubrica di moda della TV austriaca, perde il lavoro in seguito a un incidente avvenuto nel backstage (e sulla passerella) di un'importante sfilata. Deciso a diventare una celebrità, si trasferisce a Los Angeles, dove è disposto a tutto pur di coronare il suo sogno.

"Bruno", come il reporter kazako Borat, ricerca ancora una volta una presa diretta della società americana, concentrando stavolta l'indagine principalmente sullo star system e sull' (auto)prostituzione alla ricerca della celebrità. Dice bene il sottotitolo: il lato B di Borat. E lo ripete, senza troppi scrupoli, l'insistenza delle inquadrature sul sedere depilato e "confezionato" in tanga e perizoma del protagonista. Difatti, più del precedente, il secondo film della coppia Cohen/Charles metabolizza i propri fini in uno scondaloso rigetto pornografico (tra acrobatiche posizioni sessuali, falli finti e sbiancamenti anali), esagerato e spropositato, dove il protagonista, gay agghindato di completini stravaganti e di placche d'oro sagomate D&G, baratta un I-pod con un bambino, tenta invano di imporre una tregua tra Israele e Palestina, vuole farsi sequestrare da un gruppo di estremisti, cerca l'aiuto di un mentore per tornare alla retta via (quella etorosessuale), intende girare un filmato porno con un ex candidato alla presidenza. Disposto a tutto pur di diventare un divo. Si sa, Sacha Baron Cohen non indossa guanti bianchi, dispone situazioni e comparse a proprio piacimento, e giostra il tutto con grande vivacità, bazzicando tra festini a luci rosse (o meglio "swinger's night") e sfilate di alta moda, mentre  Larry Charles[/b] si adatta, senza troppo ingegno. Ma dietro a tanta ostentata volgarità c'è ben altro a lasciare perplessi, perchè Bruno, è stereotipo e provocazione, forviato dal potere distrurbante dei media e ammaliato dai suoi "prodotti" che tenta in ogni modo di imitare. Esortato e accompagnato da un patetico reale che si può esprimere in un colloquio con i genitori che prestano, anzi vendono, i propri bambini per servizi fotografici, accettando le proposte più insolite e indecenti, o nelle ridicole parole di un "gay converter" che crede di poter "correggere" la sessualità di un individuo. "Bruno" è insomma parzialmente riuscito: si ride a crepapelle e il messaggio ammicca provocante, ma nel bordello rischia di distinguersi a stento.