Buried - Sepolto: Recensione di Paolo Bassani

Chi si aspetta la suspense di Alfred Hitchcock, citato sia dalle splendide musiche di Victor Reyes che dalla locandina promozionale in stile Vertigo, probabilmente rimarrà parzialmente deluso da Buried. Perchè se è pur vero che in due o tre momenti l'ansia diventa attanagliante - ed è difficile per me parlarne senza commettere il peccato più grave per un film di questo genere, ovvero spoilerare, ma sto pensando ad un animaletto piazzato lì genialmente o ad un'adrenalinica scena di "bombardamento" - il film di Rodrigo Cortés gioca con un elemento inaspettato: una spiazzante, spesso urlata, mai pietosa ironia. L'ironia dell'uomo chiuso nella bara, costretto a lottare con le segreterie telefoniche, ma soprattutto l'ironia - triste, cinica - della vita.

Nella cassa Paul (Ryan Reynolds) trova pochissimi oggetti: un accendino, una matita, una torcia. E un cellulare. Un blackberry. E' il suo contatto con il mondo esterno, voci e facce che non conosce gli parlano all'altro capo della cornetta, gli dicono di calmarsi, di non urlare, di spiegare la situazione. Ma è difficile capire dal tono di voce se ci si può fidare o meno di quella persona, se le sue intenzioni sono buone o meno, se davvero lo aiuterà ad uscire da lì oppure lo afferma solo per liberarsi la coscienza. Qui la sceneggiatura prende strade anche inaspettate, e lo spettatore soffre inevitabilmente con Paul: cosa farei io se fossi al suo posto? Chi chiamerei? Come spiegherei la situazione? E' un film, Buried, che rende totalmente partecipe il pubblico, rendendolo attivamente parte degli eventi come un inerte testimone.

Al di là del risultato finale, Buried sarebbe da appoggiare e sostenere anche solo per un motivo: in un'epoca di budget a otto zeri, di migliaia di comparse digitali e non, di set fasulli creati sui green screen, di effetti speciali anonimi, Rodrigo Cortés dimostra che il cinema si può fare anche con un unico attore e una location di due metri quadrati. E cinema di altissimo livello, perchè se pensate che ci possa anche essere un secondo di noia tra i 90 minuti della pellicola vi sbagliate di grosso. Per non parlare dei virtuosismi tecnici che il regista mette in atto: credo di poter tranquillamente affermare che mai per tutto il film una stessa inquadratura venga ripetuta per più di una volta. Cortés riesce a sfruttare una cassa di 2 metri x 1 in maniera magistrale, dipingendola da ogni angolazione possibile, e concedendosi addirittura virtuosismi, piani-sequenza. Insomma tutto ciò che fa cinema.

Straordinario Ryan Reynolds. "Spero lo amerete quantio io ho odiato girarlo" ha affermato l'attore, che in effetti si ritrova sommerso dai pericoli e dall'ansia e ne trae spunto per una prova davvero matura. E il finale, tanto temuto, si trasforma in qualcosa di pressoché perfetto.