Captain America: Il Primo Vendicatore: Recensione di Paolo Bassani

Stati Uniti, anni '40: Steve Rogers (Chris Evans) è un minuto e gracilino ragazzo di Brooklyn che sogna di arruolarsi nell'esercito per combattere i nazisti. Coraggioso e di buon cuore, viene sempre respinto a causa di una salute cagionevole e di una corporatura non sufficiente. Consigliato ad abbandonare le speranze anche dall'amico Bucky (Sebastian Stan), che invece viene mandato in combattimento, Steve viene notato dal dottor Abraham Erskine (Stanley Tucci), che lo propone al colonnello Chester Philips (Tommy Lee Jones) come cavia perfetta per il progetto volto a creare un esercito di supersoldati, uomini trasformati in esseri dalla forza e dalle capacità sovrumane grazie ad un siero speciale, lo stesso che ha trasformato anche il generale nazista Johann Schmidt (Hugo Weaving), braccio destro di Hitler, in un essere deforme. A capo dell'HYDRA, Schmidt punta all'annientamento e alla dominazione del pianeta, grazie ai poteri derivanti da un cubo che pare essere stato in passato di proprietà del dio Odino...

Era il tassello mancante. Con Captain America ora i Vendicatori sono al completo (non a caso il trailer è alla fine dei titoli di coda), e vedendo il film di Joe Johnston la sensazione è davvero quella di essere di fronte all'inizio del gran finale. Mai come in questo cinecomic Marvel infatti i rimandi ad altri supereroi sono stati così espliciti: dal cubo cosmico di Odino (che abbiamo visto alla fine di Thor e che sarà quasi sicuramente al centro anche della trama del film di Joss Whedon) al personaggio di Howard Stark (Dominic Cooper), padre di Tony ed eccentrico decisamente come il figlio: si guadagna addirittura un'entrata in scena sul palco di un EXPO circondato da belle ragazze in costume, molto simile a quella che il suo erede, Robert Downey jr., si regalerà "molti anni dopo" (all'inizio di Iron Man 2).

Il film inizia e finisce ai giorni nostri, quindi le avventure di Cap durante la Seconda Guerra Mondiale sono trattate come fossero un gigantesco flashback, in cui le parti più interessanti e divertenti, come spesso accade, sono gli allenamenti a cui si sottopone in questo caso il povero Rogers non ancora "trasformato" in una caserma governata dall'inflessibile Tommy Lee Jones. Decisamente riuscita, senza essere troppo ridicola, anche la parte in cui Captain America viene utilizzato come marionetta da circo, in un costume davvero imbarazzante, per reclutare truppe in giro per l'America e l'Europa, fino a quando l'azione (va detto misurata e fracassona al punto giusto) si presenta a reclamare il suo spazio.

Captain America soffre di molti dei soliti difetti da cui anche i film dei suoi colleghi "Vendicatori" non avevano scampo: gli eroi, e i villain, sono dipinti in maniera sfacciatamente bidimensionale, e anche nel film di Johnston alcuni dei personaggi secondari finiscono letteralmente per rubare la scena ai protagonisti, sia buoni che cattivi: ci si disinteressa quasi subito infatti delle sorti di Teschio Rosso, ma non di quelle del suo scienziato Arnim Zola, interpretato in maniera impressionante da Toby Jones, così come superba è l'umanità che Stanley Tucci dona al suo dottor Erskine. Lo stesso non si può dire di una Hayley Atwell sottosfruttata (ma a questo siamo abituati, vero Natalie Portman?) nei panni di Peggy Carter. E Chris Evans, beh: qualcuno si aspettava davvero una sorpresa dalla sua interpretazione? Ma senza particolari inserti comici che spesso finivano per appesantire le storie precedenti, godendo di una durata piuttosto normale (due ore) che riesce a non far sbrodolare troppo il film e servendosi di un ritmo sostenuto che non si perde in troppe digressioni o inutili siparietti sentimentali (solo un misero bacio, e per di più letteralmente "di corsa") Captain America è un onesto compromesso, semplice, senza pretese ma efficace.

Nulla più ormai da dire sulla solita, atroce riconversione a posteriori in 3D. Un incubo.