Carnage: Recensione di Paolo Bassani

Brooklyn: in un appartamento di una palazzina benestante ha luogo il confronto tra i rispettivi genitori di una coppia di bambini che hanno avuto un diverbio. Si discute di cosa sia meglio per i loro figli, dei metodi da adottare per far capire loro che con la violenza non si risolve nulla e sulle modalità da attuare affinché possano chiedersi scusa reciprocamente. I Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly) fanno da padroni di casa: lei colta appassionata d’arte con velleità da scrittrice, lui più semplice venditore di pezzi di ricambio per bagni. I Cowan invece (Kate Winslet e Christoph Waltz) sono gli ospiti, lui legale nel bel mezzo di una crisi e per questo costantemente incollato al suo blackberry, lei broker finanziario. I toni pacati e cordiali di inizio giornata si trasformano piano piano in uno sfogo di rabbia repressa e segreti coniugali sputati l’uno in faccia all’altro, senza ritegno.

Quattro protagonisti, “costretti” tra quattro mura, con poche interferenze dall’esterno e solo sottoforma di lontane voci telefoniche. Non è soltanto un classico impianto teatrale (e difatti la sceneggiatura è tratta dalla piéce di Yasmina Reza, anche co-sceneggiatrice) ma è anche l’ambientazione ideale per Roman Polanski, capace così di guardare nuovamente ad uno dei riferimenti che nella sua filmografia fanno capolino più spesso (sir Hitchcock) mettendo in scena con classe un testo prezioso che sarebbe stato quasi impossibile da fallare. Ingaggiati quattro tra gli attori più talentuosi a memoria d’uomo (perché non è affatto da sottovalutare l’eterno comprimario John C. Reilly finalmente sotto i riflettori), Polanski fa vomitare loro (anche letteralmente, nell’esatto momento in cui la direzione del vento all’interno dell’appartamento cambia irrimediabilmente) l’orrore che si cela nelle case di ogni “famiglia perbene”. Lo specchio fatto di tavolini da caffé tirati a lucido, tulipani freschi, torte di frutta con ingredienti segreti, si frantuma poco a poco, lasciando trasparire malumori, incomprensioni, frustrazione. Il lavoro, i figli, le carriere solo sognate ma mai trasformate in realtà: tra i quattro protagonisti si formano e si dissolvono alleanze e ribellioni, ci si sputa addosso veleno salvo poi capirsi per un istante, prima di intraprendere un nuovo round. Fino all’alcol, che tramuta tutto in esagerazione, distruzione, urla, pianto.

Polanski ha ritrovato sé stesso in questo testo, e ha fatto sgolare ai suoi protagonisti ciò che anche lui prova nei confronti del perbenismo contro cui ancora oggi deve combattere, e contro quell’America puritana ed apparentemente candida sotto la quale si cela il marcio del mondo. Il maestro rende tutto cinematograficamente perfetto, il pubblico può ridere sguaiatamente delle gesta di quattro persone di classe che si trasformano in quattro mostri moderni, ma sarebbe forse meglio che anziché sghignazzare con tono di superiorità ci si fermasse e si cercasse di riconoscersi nel quadro dipinto davanti ai nostri occhi. A turno, ognuno dei protagonisti ammette: “Questo è il peggior giorno della mia vita”. E non lo dice perché sia successa una qualche tragedia irrimediabile, ma solo perché la maschera che tutti indossano (e indossiamo) fieramente è caduta e si è sgretolata innanzi a loro. Di questo la gente ha paura. E Polanski lo sa.

Di brevissima durata (79 minuti), Carnage riesce a chiudere poco dopo aver iniziato a diventare troppo urlato e leggermente irritante, e giusto in tempo per non far bollare come “sopra le righe” le interpretazioni della Winslet (che con un ruolo simile aveva già giocato in Revolutionary Road) e della Foster (che mai abbiamo visto così fuori di testa). Il versante maschile invece riesce a rimanere nei limiti, e spicca per un lavoro ammirevole di sottrazione.