Cattivissimo Me: Recensione di Riccardo Balzano

Mentre nel mondo anonimi ladri trafugano i più importanti monumenti del mondo sostituendoli con delle copie, Gru ha un unico grande progetto: rubare la luna. Per farlo deve impossessarsi del “raggio riduttore”. Ma da solo non può farcela. Ingaggia così, a loro insaputa, tre orfanelle (Margo, Edith e Agnes )alla ricerca disperata di un genitore.

“Essere un super cattivo non è facile”. Soprattutto nei cartoni animati. E lo sanno bene registi (tre) e sceneggiatori (due), i quali azzardano il ritratto di un anti-eroe, imperniato di un’insolita malinconia ma solo apparentemente antitetico . Andando oltre ai buoni sentimenti che non emergono meno dei pop-out tridimensionali,  e alla drammaturgia del cinema d’animazione che si può dire rispettata nella stilizzazione estetica e convenzionale di situazioni e personaggi, scopriamo come unica evidente eccezione proprio il protagonista negativo.

Eppure fin da subito c’è una “speculazione del carattere”: Gru è davvero così cattivo?. Interviene quindi la redenzione ascetica che investe chi cattivo in realtà non è e lascia nell’ombra (sconfitto e umiliato) chi invece lo è per davvero. Ma l’epilogo è carico (troppo) di calcolata suggestione emotiva (ma più sincera che in altre pellicole di genere), che conclude ma non risolve: basta solo affezionarsi per diventare genitore? L’espiazione (dalle colpe e dagli insuccessi del passato) è davvero così gratuita?. E’ indiscusso il talento “illustrativo” del trio Coffin-Renaud-Pablos (due francesi e uno spagnolo, ma  la produzione è USA), nel rispetto della pedagogia e dello humor “multidirezionale”  (per bimbi e per adulti), e la competenza strategica con cui è allestita la gerarchia di comprimari: come spesso accade anche qui a rubare la scena ai personaggi antropomorfi sono creature atipiche (come nei classici Disney  erano soggetti sradicati dal contesto animale)in questo caso i Minion, irresistibili esserini  gialli “tuttofare” non poco maneschi.

Il risultato è un raffinato compendio di inventiva europea d’asporto e dei grandi mezzi di (post)produzione statunitensi, con le deliziose musiche di Heitor Pereira (e prodotte da Hans Zimmer) e i brani di Pharrell Williams. Colorato, calligrafico e con qualche bella sequenza.