Cella 211: Recensione di Paolo Bassani

Juan Oliver (Antonio Ammann) è un giovane ragazzo spagnolo che ha appena ottenuto un impiego da secondino in un carcere. Per prendere confidenza con il luogo decide di presentarsi sul posto il giorno prima di prendere effettivamente servizio. Pessima scelta, perchè proprio quel giorno scoppia una rivolta dei detenuti e per un triste scherzo del destino Juan si ritrova bloccato nel braccio di massima sicurezza circondato da pazzi e assassini che lo credono uno come loro appena arrivato. Dovrà cercare di rendersi credibile come criminale ai loro occhi e di non fare scoprire la sua vera identità, in attesa che la rivolta sia sedata.

E' uscito nelle sale italiane uno dei film più osannati della scorsa Mostra di Venezia, nonché vincitore di 8 premi Goya (i riconoscimenti del cinema spagnolo) dove ha battuto anche i più strombazzati Agorà di Amenabar e persino Il segreto dei suoi occhi, a cui l'Academy ha invece assegnato poche settimane fa l'Oscar come miglior film straniero. Il semidebuttante Daniel Monzon entra così di diritto nel novero dei nuovi cineasti spagnoli da seguire e amare (da Balaguerò a Bayona, da De La Iglesia al già citato Amenabar), grazie a questa solidissima e tesa prova che tiene letteralmente col fiato sospeso per tutta la sua durata. Cella 211, dal nome della stanza da cui la disavventura del povero Juan prende il via, travalica il confine del mero genere carcerario per farsi anche dramma umano e sociale. Durante lo svolgimento della storia la sceneggiatura porta a galla anche tematiche molto serie, come i disagi dei detenuti di massima sicurezza e i loro diritti violati, per poi passare grazie ad un autentico script meravigliosamente ad incastro a portare in gioco anche gli affetti familiari del giovane protagonista, con una moglie incinta che entra piano piano nel racconto e ne diventa epicentro.

Un paio di piccole scivolatine poco chiare nella parte centrale si dimenticano in fretta, mentre il film prosegue senza mai un attimo di stanchezza o di tregua verso un finale impietoso. La violenza c'è ma viene dosata e soprattutto controllata, quasi regolarizzata dai detenuti (molti dei quali sono stati interpretati da veri condannati in libertà vigilata grazie alla collaborazione di autorità penitenziarie spagnole), e le interpretazioni dei due protagonisti principali sono trascinanti, vigorose e possenti. Se Luis Tosar nel ruolo di Malamadre, capo della rivolta,  è una garanzia del cinema spagnolo, un attore versatile e massiccio capace di ogni più minuscola sfumatura, stupisce ancor più la prova del giovane Antonio Ammann, praticamente un debuttante (tra l'altro identico a James McAvoy) che letteralmente si trasforma sotto i nostri occhi da impaurito agnellino a temerario leone.

Una storia sporca, dura e provocatoria da vedere assolutamente.