Cloud Atlas: Recensione di Riccardo Balzano

Dal 1849 al 2321 si snodano sei vicende, collegate più o meno direttamente tra loro. Si parte dallo schiavismo, si passa all’omosessualità, si prosegue con la cospirazione circa la sicurezza di un reattore nucleare, ancora con la reclusione in un ospizio, la fuga di un clone, si conclude con la lotta tra etnie in un futuro post-apocalittico.

Realizzato con finanziamenti per lo più tedeschi con un budget che sfiora i cento milioni di dollari (il più costoso di sempre per la Germania), girato con due unità di ripresa (una sotto la direzione dei Wachowski, l’altra di Tykwer) in poco più di un anno e tratto dall’omonimo romanzo del 2004 di David Mitchell (fu Natalie Portman a consigliarne la lettura a Lana Wachowski, sul set di “V per Vendetta”, di cui era sceneggiatrice assieme al fratello) è un film-manifesto di tre ore con incursioni nel retorico e nel didascalico: parla e straparla, illustra più che raccontare, denuncia e teorizza poco, raramente onesto, ma di apprezzabile densità metalinguistica. Utopico quanto disilluso, frivolo quanto tragico, è un film-tutto che alterna toni e stili ma non intenzioni, costanti in una linea narrativa disgregata e sfaccettata, che non manca di inserzioni autobiografiche (il cambio di sesso e d’identità di Larry Wachowski, ora Lana, che compare anche nelle vesti di una perfida infermiera, non deve aver influito poco sul trattamento di alcune tematiche). Si trascina assecondando uno stimolante pensiero, non troppo lontano dalle teorie di Vico: la Storia è destinata a ripetersi, anche se nelle sue manifestazioni peggiori (sottomissione, discriminazione, totalitarismo) ; rimangono amore e fede a puntare verso l’alto, dove “l’atlante delle nuvole” si rigenera all’inifinito.

 Tutti gli episodi, o meglio i segmenti, sono sopra al medio, tranne l’ultimo, cronologicamente parlando (2321), post-apocalittico e insieme primordiale, pavido tentativo di sci-fi anacronistico, con cadenza di soap nell’epilogo assai zuccheroso. Raggiunge vette di amaro sarcasmo, di tenerezza anche, nella contemporanea vicenda di Cavendish (2012), ammonizione di una società senofoba, che agisce con la repressione sulla regressione (senile), il cui unico rimedio è la fuga; riconduce alla parabola pedagogica, dalla morale fin troppo facile, contro la discriminazione e la sottomissione razziale, nella breve e appassionante traversata del Pacifico di Ewing (1849); rispolvera il melò di musica e musicato nell’omoerotico dramma di Frobisher (1936), sentimentalismo dandy trasposto con patina assai estetizzante, poco graffiante e troppo lezioso per essere attuale (eppure di omofobia parla), ma ben recitato; ritorna a “Matrix” nel futuristico tragico ambientato a Neo Seoul (Corea del Sud di domani, 2144), dove la “realtà vera” è proferita e profetizzata dal clone Sonmi-451, “macchina umana” che trascende la propria condizione (servile e oppressa) per folgorare il mondo con la Parola, nel futuro posteriore (è infatti un’entità adorata nell’ultimo episodio), e a cui si manifesta una realtà distopica e raccapricciante nel suo futuro presente, che prevede nel cannibalismo (tra cloni, detti “fabbricanti”) la propria fonte dinamica: il più spettacolare di tutti, indubbiamente il più complesso; si fa indagine, infine, degli interessi di lobby, che agiscono subdolamente e in modo assai criminale, nello pseudo-spionistico caso di Luisa Rey (1973), parentesi noir tesa e ben girata, con un paio di sequenze d’effetto.

L’assortito cast di trasformisti ( spesso irriconoscibili, a cui accorrono in aiuto una trentina di addetti al trucco) è all’altezza, ma Broadbent troneggia su tutti. La coreana Bae Doo-Na vanta invece dei travestimenti più eclatanti, annullando perfino i tratti somatici ‘etno-geografici’.