Contraband: Recensione di Paolo Bassani

Chris Farraday (Mark Wahlberg) era un tempo un contrabbandiere tra i più bravi della sua zona. Trovata moglie (Kate Beckinsale) e fatti due figli, Chris da tempo non pratica più l'arte criminale in cui era un asso. Quando però il giovane fratello di sua moglie si trova invischiato in un affare andato male per cui deve risarcire un boss locale di un'ingente somma, Chris è costretto a tornare in sella per un ultimo trasporto.

Negli Stati Uniti li chiamano January Movies. Sono quei film di serie B, i classici fondi di magazzino, che le case di distribuzione buttano sul mercato senza tante speranze dopo l'alta stagione invernale americana. Da noi è il contrario: gli scarti arrivano nei cinema italiani in piena estate, quando tutto il mondo (tranne noi) si gode i megablockbuster. Ma vabbè, storia vecchia. Sta di fatto che per essere un film prodotto con soli 25 milioni di dollari e diretto da un islandese alla sua prima esperienza hollywoodiana, Contraband in buona parte funziona. Se non fosse per una sceneggiatura inutilmente complicata - e gran parte della colpa va alla scelta di voler dare troppo spazio al ruolo femminile di Kate Beckinsale, sfiorando il ridicolo sul finale - Contraband sarebbe un cazzuto action che spicca per ambientazione inusuale (New Orleans, navi da carico, canale e porto di Panama) e per qualità tecnica non indifferente. Un prodotto semplice, che vola basso e sa intrattenere, con Mark Wahlberg in parte come al solito e uno stuolo di caratteristi abituati a ruoli più che neri (Ben Foster, Giovanni Ribisi) accompagnati da un insolito J.K. Simmons (l'editore del Daily Bugle nella trilogia di Sam Raimi) in abiti drammatici.