Cowboys & Aliens: Recensione di Riccardo Balzano

1873. Giunto per caso ad Absolution, in Arizona, Jake Lonergan, che non ricorda nulla di sé, deve affrontare prima le autorità locali da cui è ricercato e poi, quando la cittadina viene attaccata, un esercito di alieni che sembra poter fare luce sul suo passato. Con l’aiuto di un ricco allevatore di bestiame, una donna misteriosa e altri volontari, va alla ricerca degli invasori.


Sarebbe potuto essere interessante vedere come due generi tanto cari al cinema USA, western e fantascienza, il secondo erede ideale e concettuale del primo, si confrontavano in un’unica opera, che qui diventa prodotto: la linea di confine tra i due termini è parecchio netta ma spesso viene confusa. Difatti, in mano a un mestierante e non autore come Jon Favreau, che è stato capace di farsi apprezzare realmente solo con il suo primo lavoro (“Elf”), lo spunto originale (dalla graphic novel di Scott Mitchell Rosenberg) diventa il punto debole, e l’inserzione di sci-fi rischia di sostituire l’ennesima proposta di svago anti-neuronale alla stimolazione del ragionamento cinefilo.

 Come dicevamo due generi contigui, esplicatori del senso di minaccia (prima indiano, poi alieno, poi nucleare e quindi terroristico) che grava sulla società americana ormai da tempo. Ritroviamo perciò i Nativi Pellerossa, defraudati dalle proprie terre, accaniti con gli insediati del West, ma pronti a collaborare, una volta rivelata loro la bontà dello straniero (il mandriano Ford ha adottato e cresciuto come un figlio un indiano), per difendersi dalle insidie dell’extra terrestre. E qui iniziano i problemi. L’alieno ha mentalità monopolistica: con una trivella/astronave tenta d’impossessarsi dell’oro che scarseggia tra i “civili”, impedendo il mercato e il capitale: decontestualizzato dal suo genere è quindi attualizzato nell’intento metaforico (la guerra per il petrolio e la grande crisi economica). Ma dei quattro sceneggiatori, tra cui compaiono anche Alex Kurtzman e Roberto Orci, nessuno si è preoccupato di esplicitare concetti, dare forma e consistenza alle bozze e fornire preziose risposte. Perfino nella realizzazione grafica il reparto fantascientifico non gode di autonomia figurativa e la preferenza è decisamente per il machismo da saloon e gli inseguimenti per le praterie.

Non meno evidente è l’impersonalità che permea l’estetica complessiva del film, che si trascina fiacco e fuori tempo (e con un Harrison Ford sprecato). Steven Spielberg produce e ancora una volta non è sinonimo di qualità.