Crazy Heart: Recensione di Riccardo Balzano
Bad Blake, vecchio cantante di musica country sul viale del tramonto, si esibisce in vari locali di periferia per racimolare un po’ di dollari. Conosciuta e innamoratosi della giovane giornalista Jean, divorziata e con figlio a carico, è pronto a cambiare vita. Ma dovrà fare prima i conti con l’alcol, il fumo e una vita priva di responsabilità.

 

Interessante film d’esordio “Crazy Heart”, sull’opportunità di riscatto e sull’imprevedibilità della vita, ma con poco coraggio, poca ferocia, poco pathos e poca enfasi soprattutto nel processo di raffinamento psicologico dei personaggi, e invece con non poca malizia sentimentale (l'epilogo) che non vira comunque a uno scadente, sciatto e svenevole romanticismo. Bad Blake si trascina, sudato, perennemente ebbro e con sigaretta in bocca, per un estenuante percorso di formazione ritardato e prolungato, alla ricerca di una maturità (non quella fisica ovviamente, raggiunta da molto tempo) e di quelle responsabilità che fuggiva,  riponeva e segregava in qualche bottiglia di whisky.

Il confronto in “Crazy Heart” avviene tra Bad e il presente (la malattia, Jean e suo figlio, i pochi contanti, l’allievo diventato celebrità), non c’è prospettiva né in avanti né indietro, solo un “cuore matto” impresso su una radiografia attuale, che batte per amore e che è assai affaticato.  Il passato sfuma in un implicito indefinito, al di là della sceneggiatura, evocato esplicitamente invece solo da una rapida conversazione telefonica che si limita a suggerire ciò che si era già intuito, o scalfisce assieme alle rughe il volto e appesantisce il passo malsicuro del protagonista, senza mai rivelarsi davvero.

Dunque un film teso tra dramma e commedia sentimentale che trova il giusto apporto di malinconia grazie ai bei pezzi country, elaborato e catturato integramente nello scatto di un’istantanea che vede Bad nella sua deprimente vecchiaia e che lascia nella penombra, fuori delle luci di scena, un groviglio di elementi che avrebbero contribuito a una maggiore credibilità e concretezza dei personaggi. Ma l’ interpretazione è comunque ineccepibile:  Jeff Bridges, faccia giusta e timbro vocale azzeccato, potrebbe finalmente e meritatamente aggiudicarsi l’Oscar. Maggie Gyllenhaal (candidata come Miglior Attrice non protagonista) gli tiene testa.