Daddy Sitter: Recensione di Riccardo Balzano

Dan e Charlie, grandi amici e colleghi, l’uno divorziato e l’altro donnaiolo scapolo, devono prendersi cura  dei figli (un maschio e una femmina, gemelli di sei anni) del primo, nati dalla sua relazione di breve durata con una donna ( condannata a due settimane in carcere per violazione di domicilio) che gli ha tenuta segreta la loro esistenza. Tra un guaio e l’altro, Dan scoprirà l’importanza della famiglia e Charlie troverà l’amore della sua vita. 

Sarebbe comodo e facile definirlo l’ennesimo film per famiglie targato Disney, ma non sarebbe del tutto corretto. Perché è peggio. “Old Dogs” (= vecchi amici, ridicolo il titolo italiano “Daddy Sitter” ) non è in realtà né un film per adulti né per bambini, come adulti o bambini non sono nemmeno i due protagonisti. Uomini d’affari, ultracinquantenni, appesantiti e irresponsabili,  Travolta/Charlie e Williams/Dan optano per la buffonaggine (mimica  e facciale) esibendo volti contorti in smorfie e in ghigni innaturali come territori facilmente esplorabili umoristicamente ma ermeticamente insondabili. Come spesso accade, non è l’evoluzione dei personaggi a definire la durata, ma viceversa. Nei primi trenta minuti la risata è fin troppo facile, nella seguente mezz’ora la simpatia già si è esaurita, nell’ultima parte s’insinua prepotentemente un sentimentalismo scorretto e innacquato. L’happy ending giunge atteso e puntuale dopo 80 minuti.

Ma i temi quali sono? L’amicizia maschile (e senile)? Il matrimonio e la famiglia?. In realtà sceneggiatori e regista ( il Walt Becker di “Maial College” ) non ci badano più di tanto, l’importante è che si rida. Inaugurano così, divertiti, meno divertenti, una sfilata di macchiette che colorano di una vacuità ancora più deprimente la leggerezza evanescente dell’opera (se tale si può definire): si succedono la strabica “modella di mani”, il collega basso e dall’urlo effemminato, due bizzarri operai, un Capo Scout (Matt Dillon) ossessionato dal ricordo del nonno defunto e un suo inquietante “allievo”. I due bambini sono quasi antipatici e difficilmente troveranno complicità (“virtuale” ovviamente) nel pubblico dei più piccoli.  

Becker cede a qualche volgarità e accenna di tanto in tanto al politically incorrect, inutilmente, data la resa finale ai buoni sentimenti (ma a un moralismo più che latente) e a una tecnica incolore, che ha segnato e continua a segnare la scadenza più (come in questo caso) o meno evidente di molti prodotti Disney.