Diaz: Recensione di Riccardo Balzano

Durante il vertice del G8 di Genova nel luglio (19-22) del 2001, Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna, Alma, anarchica tedesca, Marco, uno degli organizzatori del Genoa Social Forum, Franci, avvocato del Genoa Legal Forum , Anselmo, anziano militante della CGIL , Etienne, black-bloc francese e Nick, manager interessato all’economia solidale, vivono in prima persona il clima rovente sorto in quei giorni. Alcuni di loro si trovano nell’istituto Diaz (adibito anche a  dormitorio oltre che a media center del GSF) nella notte del 21 luglio quando centinaia di poliziotti irrompono nell’edificio convinti di scovare il gruppo di violenti (che in realtà non ci sono), compiendo un massacro che proseguirà poi nella caserma di Bolzaneto dove verranno scortati gli arrestati.

Messe da parte la discussa morte di Giuliani (a cui si accenna) e le cariche della polizia ai dimostranti autorizzati avvenuti nei giorni addietro, la seconda parte del G8 di Genova si divide in tre atti: al primo corrisponde la provocazione dei manifestanti violenti (black-bloc, mai arrestati) e l’attività di quelli pacifici, al secondo l’irruzione sanguinosa nell’istituto Diaz, al terzo le sevizie nel lager di Bolzaneto con desolante epilogo.  Si potrebbe stare a discutere sull’eticità dell’operazione, sulla speculazione, di quanto sia lecito spingere la rappresentazione della violenza fino al macello più cruento, quanto sia di parte l’intervento dialettico di Vicari, ma sarebbe critica e dibattito sterili.

E’ ‘il diario di una strage’ (che esce a poca a distanza dall’affine ‘romanzo’ di Marco Tullio Giordana), che documenta prima di raccontare ma è racconto più che cronaca: non è un caso che il film trovi avvio e fulcro diegetico in un espediente a-narrativo squisitamente cinematografico, il rallenti e la reiterazione (che sfiora la ridondanza) del gesto/azione (una bottiglietta di vetro lanciata che si frantuma al suolo). Diario dalla visuale multipla, ma non episodico: le piste narrative, soggettive, sono raccordate in un’unica struttura di racconto solida ed efficace che interpreta senza giudicare.  Il giudizio sta allo spettatore:  quanto l’abuso di potere è tollerabile (se mai lo sia)? Quanto in un paese democratico? E ancora, quale diritto ha l’uomo sulla vita del prossimo, soprattutto se il carnefice è chi dovrebbe proteggerci? Certo è che l’ignoranza è il male (e l’arma) peggiore. E’ uno dei film-colossi italiani più costosi di sempre (il budget si aggira intorno ai sette milioni di euro, con set ricostruiti in Romania), tra i più violenti ed espliciti, anche tra i più sconfortanti, che sublima in poesia macabra nell’indagine sulla dignità della persona. Persona depredata dei propri attributi e della propria identità, se si fa riferimento alla terza e ultima parte, nella caserma di Bolzaneto, che non poco ricorda (tristemente) l’esperienza dei campi di concentramento. Persona impossibilitata anche nel gesto più semplice e rassicurante, un sorriso alla fine di tutto, contratto in smorfia da una cicatrice e nascosto con pudore da una manica che lascia scoperto uno sguardo mesto che turba più che sollevare.

Sembra una questione di punti di vista (ribadita sul piano tecnico/formale dal frequente utilizzo di soggettive) ma si cerca la realtà storica, quella oggettiva, che dal plurimo conduce al singolo, dal frammento al volume intatto. E si rintracciano le cause prima degli effetti, le intenzioni prima delle azioni. Quella bottiglietta è stata lanciata, dopo tutto, prima di colpire il vuoto.