District 9: Recensione di Leonardo Piva
Le telecamere mostrano i volti terrorizzati delle persone, girano tra la gente in fuga e interrogano chi avrebbe il dovere di occuparsi di questa storia. E’ District 9, un film diretto da Neill Blomkamp e presentato da Peter Jackson.
 Trent’anni fa, gli alieni ebbero il primo contatto con la terra. Gli umani si aspettavano o di essere invasi o di poter usufruire di tecnologie sconosciute. Non successe niente di tutto questo. 
Le creature, come deciso dalle nazioni di tutto il mondo, furono rinchiuse nel District 9 in Sud Africa. Ma ora, la tolleranza verso gli alieni inizia ad esaurirsi. La Multi-National United (MNU), una compagnia privata completamente disinteressata al loro benessere degli alieni. Vuole sfruttare e far funzionare le loro armi finora inutilizzate. Per risvegliarle serve però il DNA alieno. La tensione tra gli alieni e gli umani viene a galla quando un agente dell’MNU, Wikus van der Merwe (Sharlto Copley), contrae misteriosamente un virus che comincia a cambiare il suo DNA. Wikus diventa velocemente l’uomo più ricercato e più prezioso del mondo: è l’unica chiave per scoprire il segreto della tecnologia aliena. Solo e senza amici, c’è un solo posto in cui può nascondersi: il District 9.

La pellicola del regista sudafricano Neill Blomkamp è sicuramente un prodotto che merita l’attenzione necessaria, anche se risulta essere decisamente sopravvalutato dalla critica americana. District 9 è figlio del nostro tempo: le frenetiche riprese a mano (con videocamere simili a cellulari, in preda alla costante ascesa della real tv) immortalano e descrivono la paura del diverso, di ciò che non si conosce. Grandi pregi principalmente nell’area tecnica del film dove si fa sicuramente notare per un’unione pressochè perfetta tra make up e cgi, se a questo ci si aggiunge un montaggio sicuramente dinamico e degli effetti sonori di buon impatto e realizzazione allora sicuramente possiamo concludere che il primo lungometraggio di Blomkamp è confezionato sicuramente in modo apprezzabile.
Il maggior difetto della pellicola risiede sicuramente nella sceneggiatura (a cura del regista stesso e di Terri Tatchell): lo script risulta essere fintamente innovativo ed originale, prevalentemente ricade tutto sullo scambio di ruolo dei tipologie di personaggi presi in causa (solitamente eravamo abituati a vedere l’uomo sottomesso a razze alieni, qui è il contrario), per il resto sfido chiunque a trovare nella metafora del razzismo e della sottomissione (che addirittura rischia di sfociare in olocausto) con tanto di passaggio di schieramento del protagonista, un’idea di fondo veramente originale; anche se è innegabile come l’interpretazione di Sharlto Copley risulta comunque incisiva e credibile e riesce ad appassionare grazie ad un evidente climax emotivo.
Climax emotivo che purtroppo inizia molto tardi: la prima mezz’ora iniziale è monotona, ripetitiva e prima di reale svolgimento della trama, e considerando che il film dura meno di due ore è un particolare non da poco.
District 9 non è una pellicola sci-fi adrenalinica, è un film di fantascienza metaforica e riflessiva come per esempio Blade Runner o Intelligenza Artificiale; alle pietre miliali di questo genere però dista anni luce.