Django Unchained: Recensione di Riccardo Balzano

1858. Sud degli Stati Uniti.  Il tedesco Dottor Schultz, ex-dentista e ora cacciatore di taglie, da quattro anni in America, libera lo schiavo Django e lo ingaggia come complice. I due partono alla ricerca dei criminali più desiderati, li uccidono e incassano cifre esorbitanti. Finito il lavoro s’impongono di ritrovare Broomhilda, moglie di Django, venduta come schiava anni prima. Le indagini li conducono da Calvin Candie, proprietario terriero e mercante di mandingo, neri energumeni che devono sfidarsi in duelli mortali. Giunti alla sua proprietà e trovata la donna, Shultz e Django metteranno in atto un raggiro per portarla in salvo.

Ottavo film (in solitario) per Tarantino: il più viscerale, ambizioso, disomogeneo e provocatorio. Non è un film sul razzismo, né tanto meno razzista (Spike Lee deve aver frainteso gli intenti e non aver saputo contestualizzare), è invece un film anti-totalitario, anti-dispotico e anarchico, libero, “senza catene”, dai modi operandi del cinema in primis. Avvezzo com’è all’insolito, all’eccezionale (altri, i detrattori, lo definirebbero esasperato), il cinquantenne di Knoxville, osa di più e recupera un genere topico del cinema nordamericano, il western, di cui è grande estimatore, rivisitandolo.

Paradossalmente le influenze provengono dal reparto europeo, o meglio italiano, dallo spaghetti w. di Leone e Corbucci:  non è un caso che sia prevista una simpatica comparsata di Franco Nero, il cui “Django” del ’66 presta il nome al titolo, e che l’approccio in termini estetici si avvicini molto più ai nostri compianti che a quelli statunitensi. Tuttavia la resa in immagini non sempre raggiunge le vette sperate, e il senso per gli spazi aperti non è proprio quello di Leone, nonostante alcune sequenze, per lo più  in notturna, (la più interessante, tra l’amaro e l’esilarante, l’agguato del  Ku Klux Klan) siano di grande impatto. Ma Tarantino si sa, è un regista che ama indugiare sugli attori, e trascura campi lunghi e lunghissimi a favore dei medi e totali, nonché di piani. Ma il recupero anche di espedienti narrativi, quale i flashback (di cui abusa egregiamente), manca di quella carica ironica, distorta, quasi espressionistica, a favore invece di una più discutibile, ma diciamo pure inefficace, saturazione cromatica (complice il Robert Richardson alla fotografia, più apprezzabile nelle altre quattro collaborazioni con il regista), così come delle solite  didascalie (chiaro omaggio agli anni ’70), mai state più trascurate e trascurabili. Niente da eccepire, come prevedibile e a conferma di un talento, grande quanto unico, sulla scrittura: dialoghi sagaci, complessi, pungenti, sempre puntuali e mai banali. Come sulla direzione degli interpreti, eclissati in personaggi assai interessanti, se non eccentrici: oltre al Dottor Schultz di  un Waltz ancora una volta straordinario, c’è l’istrionismo ben calibrato del Candie di Di Caprio, il folle maggiordomo nero e razzista Stephen di Samuel L. Jackson, e  l’imbronciato Django di Jamie Foxx, il più sfuggevole. E’ infatti il più “romantico” dei character tarantiniani, il cui incipit di azione, ovvero la vendetta (topos ricorrente nel cinema dell’autore), è il sopruso subito dalla compagna da parte di alcuni schiavisti. Niente morte fisica violenta dunque che scatena il dramma e la reazione, semmai metaforica, quella dell’identità e della dignità della persona. Come per la prima volta, dopo molti anni, la donna è margine, aspirazione e sviene a terra (niente a che vedere con le bitch, donne virili, caparbie quanto spietate, dei suoi ultimi lavori), rispolverando in tal senso dinamiche narrative di matrice classica e letteraria. Ma senza sopperire. Il pulp interviene infatti,  in modo massiccio, atteso e  coatto, nell’ultima mezz’ora ad elargire benedizioni di sangue sulla coppia riunitasi, davanti a corpi trucidati e a un casa ridotta in macerie. Sentimentalismo alternativo di un autore che sprizza entusiasmo nel suo mestiere ed esplode (non solo in senso figurato) di intuizioni irriverenti.

E’ l’odissea a cavallo tra le più lunghe della storia del cinema (assieme a “Il buono, il brutto e il cattivo” e “C’era una volta il west”) e del suo cinema (due ore e quarantacinque) che non trova sosta nemmeno nell’ossessiva colonna sonora che spazia dal repertorio classico al rap, con l’incursione di un Morricone annoiato e di una lagnosa Elisa. Basta non farne caso.