Dorian Gray: Recensione di Paolo Bassani
Direi che la trama di Dorian Gray è risaputa, e il film di Oliver Parker ricalca abbastanza fedelmente il romanzo di Oscar Wilde tranne che nel finale, quando viene inserito nel racconto un personaggio (una donna) assente nel libro originario. Nella Londra del XIX secolo Dorian, orfano e appena venuto in possesso di una cospiscua eredità grazie alla morte del terribile zio, fa il suo ingresso nella buona società sotto l’ala protettrice  del suo mentore Lord Henry Wottom (Colin Firth), cinico e spesso crudele, che farà di lui il suo pupillo. Bellezza e giovinezza: Dorian ha le uniche due doti che secondo Wottom servano a vivere bene. Se ne covince anche il giovane, che stringe così un patto con la Morte: lui non invecchierà mai, in compenso lo farà il suo ritratto, dipinto dal fedele (e di lui innamorato) Basil Hallward. Per Dorian inizierà una vita di lusso, vizi, agi, sesso… destinata a finire tragicamente.

Ci si poteva aspettare un po’ di più da questa nuova trasposizione firmata Oliver Parker, che già aveva portato sullo schermo altre due opere di Wilde: Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest, entrambe con protagonista Rupert Everett, il quale sarebbe stato perfetto per incarnare il mito di bellezza, classe ed ambiguità anche in questo film se solo il tempo, con lui, non avesse fatto il suo dovere. Tocca quindi a Ben Barnes portare il peso del Mito sulle spalle. Scelta vincente sulla carta, per l’aria fanciullesca ma allo stesso tempo seduttiva del Principe Caspian di Narnia, che purtroppo però sul grande schermo ha una resa molto scarsa, colpa delle qualità recitative non proprio eccellenti dell’interprete. Peccato, perchè la versione di Parker è onesta e rispettosa, non stravolge il discorso originale su bellezza e piacere (che al giorno d’oggi non ha neanche più tanto senso, per la verità…) e cala i suoi personaggi in atmosfere vittoriane ben costruite. Molto meno “horror” di quanto qualcuno abbia osato scrivere, ma solo quel tanto che basta per rendere la complessa distruzione interna del personaggio principale, il film pecca probabilmente nel poco coraggio dimostrato nel descrivere i comportamenti viziosi del giovinotto. Si potrebbe dire che è un Dorian Gray non proprio per un pubblico di giovanissimi, che mostra ben poco e quando cerca di farlo si mantiene costantemente sul limite del puritanesimo, senza mai valicarlo e senza rendere giustizia all’idea che Wilde aveva del suo “eroe”.

Ad accompagnare Ben Barnes troviamo il prezzemolino Colin Firth, in un’altra sua stanca interpretazione. Diventa dunque sempre più imprescindibile ammirarlo in A Single Man di Tom Ford, ruolo che già gli è valso la Coppa Volpi a Venezia e che a detta di molti lo porterà all’Oscar tra pochi mesi.