Drag Me to Hell: Recensione di Riccardo Balzano

Christine è un’impiegata in banca, in attesa di essere promossa a vicedirettrice. Un giorno giunge alla sua scrivania la brutta e vecchia signora Ganush, che chiede per la terza volta la proroga del prestito per il mutuo della casa, che la giovane però non le concede. L’anziana donna, in realtà una strega in contatto con un demone, le lancia allora il malocchio. Christine quindi per sopravvivere è costretta a cercare l’aiuto prima di un veggente e poi di una medium.

Erano più di dieci anni che Raimi mancava  dal cinema horror e torna in gran forma con questo “Drag me to hell” (trad. “Trascinami all’inferno”), “trascinato” dalla nostalgia e ricco di idee geniali (almeno tre sono le scene d’antologia). Nonostante il buon lavoro di sceneggiatura, scritta con il fratello maggiore Ivan, Sam sa di non poter giocare la carta dell’originalità (ancora esorcismi, malefici, case infestate e chi più ne ha più ne metta), azzarda quindi con l’ironia. E ci azzecca. Ne esce così un film orridamente spassoso e simpaticamente pauroso, dove la narrazione è incitata da spasmici movimenti di macchina, tutti a favore di ingegnose e terrificanti soluzioni visive. Ma sotto una tecnica pompata con artificiosa malizia figurativa, anche la storia, che si concede, come già detto, a non pochi luoghi comuni, gode di un intreccio assai elaborato, con sorprendenti e scaltri ingranaggi narrativi. Non tanto la fotografia ( Peter Deming) coi suoi bruschi passaggi cromatici, dal patinato quasi pubblicitario a tonalità  decisamente più cupe, quanto gli assordanti e ben gestiti effetti sonori contribuiscono alla riuscita delle sequenze più inquietanti,  allucinate e orripilanti. Ma è in queste che si rende visibile ciò che invece funziona meno in tutto il film: gli effetti speciali, spesso realizzati in modo piuttosto rozzo e superficiale. “Drag me to hell” rivaluta però un aspetto che il genere negli ultimi anni sta preoccupantemente tralasciando, ovvero la performance recitativa. Infatti oltre a quella  di Lorna Raver (attrice che si è prestata più a ruoli in serie televisive e come lettrice di “audio book” ), resa indubbiamente e indimenticabilmente  orribile dall’ottimo trucco, troviamo la convincente prova della bionda californiana Alison Lohman ( “Big Fish”, “La leggenda di Beowulf” ) che sta al gioco e non teme “ridicolizzazioni”: è così che la sua Christine si lascia alle spalle un passato che la vedeva cicciona contadinella  amante dei maiali, oppure è a un passo dal “politically incorrect” quando deve tentare la sopravvivenza. Ovviamente  come sberleffo di quelle tante graziose, fragili e immancabilmente buone protagoniste, conosciute dal genere e presto dimenticate dallo spettatore.

“Drag me to hell” brilla quindi come una preziosità ( e rarità) nel panorama del cinema d’orrore contemporaneo, riuscendo in ciò in cui spesso non riescono i film del genere. Trascinare appunto.