Dragonball Evolution: Recensione di Riccardo Balzano
Goku abita col nonno, un esperto di arti marziali che addestra il nipote al combattimento senza però  incitarlo alla violenza. Mentre il ragazzo si trova ad una festa in cui conosce la bella ChiChi, il vecchio viene assassinato da un'attraente ragazza che lavora per il demone e Grande Mago Piccolo che è alla ricerca delle sette sfere del Drago per riacquisire il proprio potere e conquistare la Terra. Conosciuta Bulma, una giovane intraprendente, i due si rivolgono al Maestro Muten per chiedere il suo aiuto nella lotta contro il male.

La trasposizione dalle pagine del fumetto alla celluloide proprio non funziona, forse anche a causa dei pesanti tagli al budget (da 120 milioni di dollari iniziali a 100), ma ha un possibile capro espiatorio nella sceneggiatura di Ben Ramsey. Questo "Dragonball Evolution" non sa essere suggestivo proprio in nulla, né nell'impianto scenografico né nell'utilizzo degli effetti speciali. E' un Dragonball made in U.S.A, risultato di un'imbarazzante trasgressione hollywoodiana, che dal manga di Akira Toriyama prende in prestito solo il titolo. I duelli rimandano a quelli ridicoli dei Power Rangers che tanto appassionavano i ragazzini  più di un decennio fa. E' un intruglio di effettacci e luoghi comuni, che sprezza il carattere visionario del fumetto (e del cartone) sostituendolo a un' esasperata ed esasperante ricerca di maggior realismo di cui non si avvertiva assolutamente il bisogno. E' così che Goku diventa un liceale imbranato e impacciato, maltrattato da bulli e invaghito di una bella che dà feste nella sua villa, ma che trova il giusto riscatto nel condurre e portare a termine trionfalmente l'epica lotta contro il male. Dimenticate perciò il Goku che viaggia su di una nuvola, i suggestivi paesaggi e gli incredibili scontri, qui il ragazzino moro con gli occhioni svegli è "evoluto" ( forse è questo che il titolo vorrebbe suggerire) in un glaucopide, alto e snello Justin Chatwin, e il mondo di Dragonball-manga in un trambusto di arti marziali e caricature involontarie che appassionerà pochi ( o nessuno).

James Wong dunque punta tutto su uno spettacolo che si scandisce su falsi proverbi orientali, su calci e pugni tirati in volo e strambi gesticoli che provocano inaspettati effetti, ma che tutto sommato di buono ha solo la breve durata (90 minuti). Girato in Messico.