Drive: Recensione di Paolo Bassani

Chissà qual’è il vero nome di quel giovane bel ragazzo che di giorno guida le automobili nelle scene più pericolose dei film hollywoodiani e di notte, sempre grazie alla sua prodezza al volante, si fa pagare per fare da autista a ladri e criminali in fuga dopo un colpo. Di sicuro si sa che è di poche parole, solitario, taciturno, e che il suo unico amico, nonché una sorta di “agente”, è Shannon (Bryan Cranston), il proprietario dell’officina per cui a tempo perso lavora. Un giorno il “driver” conosce la sua vicina Irene (Carey Mulligan), con figlioletto a carico e marito in prigione, e se ne invaghisce, sempre silenziosamente. Quando il di suo compagno (Oscar Isaac) esce di galera è sommerso dai debiti, e il giovane autista si offre di accompagnarlo a compiere un colpo: le cose però non vanno come previsto.

Quando ci si accorge che il cinema può ancora essere un’arte? Ad esempio quando una trama semplice, banale se vogliamo, si trasforma sullo schermo in un oggetto prezioso, misterioso, da amare. Nicolas Winding Refn (Bronson, Valhalla Rising) è riuscito a compiere un miracolo costruendo un film maledettamente bello e affascinante, cupo e senza sconti. Il prologo, dieci minuti che inchiodano alla poltrona costruiti con un montaggio magistrale (opera di Matthew Newman, collaboratore fidato di Refn), è seguito da uno svolgimento di eventi che, seppur non originale a livello di storia, è l’occasione per il regista danese di mostrare tutto il suo talento, la sua meticolosità, la sua possente idea di cinema, immergendo lo spettatore in una tensione costante che non è figlia di singole scene ma della totale immedesimazione nei personaggi e nelle loro vicende. In Drive, Refn riesce a far diventare pura arte anche alcuni sprazzi di violenza inaudita e improvvisa, salvo poi regalarci una tenera e dolcissima sequenza in riva ad un fiume in cui, sempre in silenzio (il film è parlato pochissimo), un filo invisibile va a legare il “Driver” alla famiglia che gli è capitata per caso e che ha deciso di proteggere e accudire, il tutto sottolineato da una colonna sonora pazzesca.

Se Ryan Gosling ci mette la prestanza fisica più che la capacità attoriale, attorno a lui si muove uno stuolo di perfetti volti secondari, dalla splendida e dolcissima Carey Mulligan al ruvido Bryan Cranston di Breaking Bad, fino ad Oscar Isaac, che di film in film diventa sempre più convincente. Più macchiettistici e prevedibili, invece, i ruoli dei “boss” Ron Perlman e Albert Brooks. Citando più o meno direttamente classici “automobilistici” degli anni ’70 e ’80, Refn li rende attuali azzerando il superfluo e regalandoci un’esperienza essenziale, eccellente, indimenticabile, in cui passione e freddezza, tensione e sentimento trovano ognuno il giusto spazio. Drive è un film romantico nel senso più poetico del termine: quanta gentilezza, ad esempio, nel sublime gesto con cui il ragazzo in un ascensore sposta leggermente indietro la donna di cui è innamorato affinché non possa essere colpita dalla furia omicida che di lì a poco travolgerà il terzo passeggero che è con loro nell’abitacolo. Drive è un’esperienza da cui lasciarsi trasportare con totale fiducia, consci di cadere tra le braccia del Cinema, quello con la C maiuscola.