Dylan Dog: Recensione di Riccardo Balzano

Dylan Dog, ritiratosi dall’attività di “investigatore dell’Incubo”,  dopo una serie di misteriosi omicidi che coinvolgono vampiri licantropi e zombie, va alla ricerca di un antico e pericoloso manufatto con cui è possibile invocare il demonio e annientare l’umanità. Lo aiuteranno l’amico (e socio) Marcus e la bionda Elizabeth.

Era il lontano 1998 quando i due sceneggiatori Thomas Dean Donnelly e Joshua Oppenheimer iniziarono a mettere insieme materiale per una trasposizione della serie di fumetti creata dall’italiano Tiziano Sclavi. La stesura ha richiesto ben undici anni (stando alle note di produzione). Tempo sprecato. Sempre nelle note si legge: “Il fumetto di Dylan Dog è estremamente celebre in Italia, mentre negli Stati Uniti non ha ancora acquisito molta popolarità. Pertanto, i film makers si sono trovati di fronte alla sfida di creare un film che potesse piacere a un pubblico  americano, rimanendo però fedeli ai fan europei”.

Premesse (e promesse) mantenute solo in parte. C’è in effetti quell’adesione ai codici che hanno contaminato tanto il cinema quanto le serie televisive americane di genere horror/thriller ( tornano alla mente “Buffy –L’ammazza vampiri” e “Streghe” ); c’è un qualcosa di ammiccante nell’ impiego di elementi che stanno determinando una certa moda cinematografica e letteraria (vampiri e licantropi, ancora!); c’è quel sub plot sentimentale che dovrebbe suggerire un qualche dramma interiore ed evolutivo della persona ma che finisce per impedirla nell’ immobilità dell’automa-personaggio sottomesso a meccanismi narrativi che trescano con le convenzioni; c’è l’ibridazione di generi e la varietà di registri (che dovrebbe assecondare anche i gusti europei) che subordina una classica gerarchia di figure agenti (il bello, la bella, l’amico scemo, il cattivo) e un sottotesto  consunto che contempla la solita lotta tra Bene e Male (addirittura esplicitata, “Noi siamo i buoni!” esclama il protagonista) e un certo pessimismo antropologico (molti uomini sono mostri), per i più maliziosi, il superomismo USA; c’è l’effettismo da  blockbuster che si affida più alla tecnica del trucco che all’artificio della CGI con risultati assai scarsi, lontani dalla genuinità artigianale. Come si diceva, il film potrebbe anche “piacere a un pubblico americano”, ma le tante omissioni, le tante (troppe) variazioni rispetto allo “script” originale vanno inevitabilmente ad intaccare e a impossibilitare il secondo proposito, ovvero rimanere fedeli ai fan europei.

Il Dylan Dog di Brandon Routh (che non è Rupert Everett, né tantomeno dandy) conta solo di pochi indizi (la camicia rossa sotto il completo nero, il Maggiolino che guida, la passione per il clarinetto, l’espressione –“Giuda ballerino”- che utilizza frequentemente) che possano identificarlo con il personaggio di Sclavi (omaggiato penosamente), trapiantato da una Londra suggestivamente dark  a una New Orleans che si presta a scarna scenografia di quello che pare un brutto episodio di una brutta serie TV. Il canadese Kevin Munroe (già autore di “TMNT”, reboot  delle “Ninja Turtles” ) oltre che nel campo dell’animazione  e della graphic novel ha lavorato anche in quello dei videogames. Si vede.