Ember: Il Mistero della Città di Luce: Recensione di Paolo Bassani

Per generazioni, la popolazione di Ember ha prosperato nel sottosuolo, in un mondo asfissiante fatto di luci al neon. La città, alimentata da un enorme generatore, sta cadendo preda dell’oscurità, e le sue illuminazioni iniziano ad affievolirsi. Lina e Doon, due amici adolescenti appena entrati a far parte attiva della società come lavoratori, trovano una vecchia scatola di metallo contenenti consunti documenti vecchi di decenni, se non più. Così, mentre i blackout nella città diventano sempre più frequenti, Lina e Doon apprendono che le informazioni all’interno della scatola potrebbero aiutarli a salvare l’intera loro popolazione. In una lotta contro il tempo, i due iniziano a seguire gli indizi, aiutati dal padre di Doon e ostacolati dal sindaco di Ember.

Quando venni a conoscenza del fatto che il romanzo di Jeanne DuPrau “La città di Ember” sarebbe stato trasformato in film, fui non poco sorpreso, perché sebbene quelle pagine offrano più di uno spunto utile per i bambini e i ragazzi, cinematograficamente parlando la sfida era ardua. Per rendere l’opprimenza e la tristezza di un’ambientazione così ristretta e cupa, bisognava riuscire a trovare un escamotage che rendesse l’operazione appetibile al grande pubblico: purtroppo il regista Gil Kenan (Monster House, al suo primo film in live action) non l’ha trovata.

Con un prologo completamente sbagliato che rovina l’intero film, Ember - Il mistero della città di luce non trova la forza necessaria per emozionare e non riesce a creare un climax che sarebbe servito a sottolineare a dovere un finale che poteva essere epico e che invece è solo annunciato e noioso. Sperando di risolvere la questione con qualche effetto speciale evitabile (e una creatura mostruosa che stona completamente con il tono generale della pellicola), Ember non può neppure contare sul cast: i due bambini protagonisti, Saoirse Ronan (Espiazione) ed Harry Treadaway (Control), risultano persino antipatici, mentre le due vecchie volpi Bill Murray (Ghostbusters, Lost in translation) e Tim Robbins (Mystic River, La guerra dei mondi) sono male sfruttate.

Malgrado lo sforzo produttivo imponente ed apprezzabile, che culmina nella ricostruzione di una riuscita città sotterranea sporca, umida e dall’odore ripugnante (o almeno questo è quello che si percepisce), Ember risulta per essere un’operazione difficilmente collocabile su un determinato target di riferimento: non è per bambini, che si annoieranno; non è per adolescenti, per la mancanza di star e appeal; non è per adulti, che raramente si appassionano a storie con protagonisti dei bambini. La domanda è quindi: a che pro?

Peccato perché gli intenti della scrittrice erano onorabili, la storia aveva delle potenzialità e lo sbaglio è stato forse quello di stare troppo incollati al testo e di non cercare un necessario respiro più ampio.