Flight: Recensione di Riccardo Balzano

Non è il miglior tempo per volare, ma il Comandante Whip Whitaker (anni e anni di esperienza e di alcolismo), nonostante una nottata in bianco passata con una hostess e due bottigliette di vodka scolate prima di decollare, riesce a pilotare egregiamente il veicolo e a virare verso uno sprazzo di sereno per il sollievo dei passeggeri. Ma la situazione degenera: guasti meccanici compromettono la funzionalità dell’aereo che inizia a precipitare vorticosamente. Sventata la tragedia (solo sei vittime su centodue persone) grazie a un insolito ma efficace atterraggio d’emergenza, il comandante  è acclamato dai media e dal popolo come eroe. Ricoverato in ospedale fa la conoscenza di Nicole, tossicodipendente amante della fotografia  che inizia a frequentare una volta dimesso. Le indagini sulle cause dell’incidente portano però alla luce dettagli poco rassicuranti che si ritorcono contro lo stesso Whip e alimentano un grave quesito: è davvero un mito o un assassino?

Ciò che manca al film di Zemeckis non è certo la varietà di timbri, che ingenerosamente, forse, potremmo confondere (e di fatto facciamo) con incoerenza di racconto. Tre film in uno, tutti con cadenza di dramma: il primo aereo, il secondo clinico, il terzo legale. Che sia una bulimia di situazioni e di temi a trattenere da un controllata messa in scena il regista è indubbio, sta di fatto che il risultato è eticamente traballante, stilisticamente assai manieristico e argomentativamente opinabile.

Fatta eccezione dei venti minuti di agonia in volo (con strage di hostess) che non può non rimandare all’analogo incidente in “Cast Away”, sostenuti da un’accortezza formale, le restanti due ore si trascinano alternando livelli e intenzioni, tra l’alto e il banale, con criteri distorti e discordanti di esposizione. Apprezziamo la sagacità e l’onestà di aver aggirato i rimasugli traumatici - e troppo spesso fieramente nazionalistici - post 11 settembre 2001 a favore di una storia di redenzione che (pre)vede l’insidia come auto-annientante e risolutiva verso il bene e l’incolumità della comunità (anche solo campionata nel numero di passeggeri). Il pilota Whitaker è certo uno dei personaggi più complessi che Hollywood abbia partorito negli ultimi tempi: vittima vincente della calamità, è anche vittima anti-catartica della propria debolezza (la dipendenza dall’alcol), infine cosciente capro espiatorio che deve rispondere a un'accusa (legale prima, massmediatica poi e infine pubblica) che esige un colpevole. Orientandosi a volte verso l'alto, oltre le nuvole e oltre l'intelligibile, al Mistero e alla sua giustizia imperscrutabile, precipita antiteticamente nel baratro del patetico pro-etico e pro-retorico, di matrice ontologica e teologica, anche con arbitraria insolenza (il siparietto tragicomico in ospedale con un malato terminale, le deduzioni su miracolo e casualità circa la strage scampata), non aiutato da dialoghi tutt’altro che arguti.

Come di poco conto è il caso patologico della rossa e tossicodipendente Nicole, esempio di riscatto e ricatto sociale di discutibile necessità nell'impianto narrativo:  esempio di sub plot sentimentale di delebile appeal e indelebile irresolutezza. Ma rimane la prova più che apprezzabile di un Washington nella parte, controbilanciata da secondari insipidi, tra cui lo strafattone Harling del solitamente bravo Goodman.