Giustizia Privata: Recensione di Paolo Bassani

Prologo: Clyde (Gerald Butler) sta serenamente passando una tranquilla serata casalinga quando due criminali irrompono nella sua abitazione ed uccidono la moglie e la figlioletta. Qualche tempo dopo l’uomo assiste impotente alla decisione dell’avvocato Nick Rice (Jamie Foxx) di chiedere in tribunale la massima pena soltanto per uno dei due colpevoli, e di patteggiarne invece una più lieve per il secondo in cambio di una confessione. Il risultato è quindi una condanna a morte per il più violento dei due, e solo tre anni di carcere per il collaboratore. A Clyde però, che scopriremo essere molto più che un “semplice onesto cittadino”, questo modo di fare giustizia non piace affatto: dieci anni dopo, proprio il giorno dell’esecuzione capitale dell’uomo che lo ha privato della famiglia, inizierà la sua vendetta.

Di fronte a Giustizia privata si corre il rischio di rimanere spiazzati. La critica si è nettamente spaccata: da una parte chi esalta la componente thriller del film, le performance notevoli degli attori sia principali che secondari (gli ottimi caratteristi Colm Meaney e Bruce McGill), la regia coinvolgente che sa creare più di un buon momento di tensione e di suspance (targata F. Gary Gray, di nuovo sugli schermi quattro anni dopo Be Cool); dall’altra chi non può accettare la totale mancanza di plausibilità del racconto, le inutili scene ad effetto (quella dell’orologio nell’ufficio del procuratore), la violenza gratuita, l’insensata brutalità di alcuni momenti e l’inaccettabile soluzione finale adottata per rivelare il mistero. Tutto vero, tutto sacrosanto. Giustizia privata parte malissimo, in maniera molto confusa: del prologo si capisce molto poco, e in generale i primi dieci minuti deragliano pericolosamente (complice anche un insensato e pesantissimo make-up sul volto di Gerald Butler per farlo sembrare sofferente). Quando poi la vera trama prende inizio (e Butler sembra essere ringiovanito anzichè di dieci anni più vecchio) ci si gode quasi una buona oretta di mystery/spy/legal/thriller, che attinge a piene mani dal Silenzio degli innocenti per quanto concerne i colloqui in carcere tra Foxx e Butler e che quasi riesce a non far notare i pesantissimi buchi di sceneggiatura: non pensiate infatti di riuscire a capire qualcosa del passato di Clyde, accennato e buttato lì, o del motivo – che esiste ma viene lasciato in sospeso – per cui i due malviventi avessero fatto irruzione proprio a casa sua quella notte.

Dove però il film diventa inaccettabile è nel finale, per vari motivi difficili da spiegare senza cadere nello spoiler: innanzitutto è quantomeno inverosimile la soluzione adottata per spiegare come Clyde riuscisse, pur rinchiuso in carcere, ad assassinare decine di persone all’esterno. E alla fine, una mente così brillante, ingegnosa e geniale come quella che ha dimostrato di possedere, riesce a inciampare in un’inezia prevedibile e scontata che anche il più ingenuo dei “criminali” avrebbe saputo fiutare. Insomma, Giustizia privata riesce ad essere efficace e stupido allo stesso tempo, ma ciò che prevale durante i titoli di coda è soprattutto un forte senso di rabbia.