Gli Abbracci Spezzati: Recensione di Paolo Bassani
Mateo Blanco (Lluis Homar) è stato un grande maestro del cinema. I suoi film venivano osannati, le star facevano la fila per lavorare con lui. Purtroppo, un incidente lo ha reso cieco, e oggi tira a campare scrivendo sceneggiature con lo pseudonimo di Harry Caine, assistito dalla sua storica collaboratrice Judit e dal figlio di lei, aspirante scrittore, Diego. Un giorno si presenta alla sua porta un ragazzo dall'inquietante aspetto (straordinariamente simile al bieco Javier Bardem di Non è un paese per vecchi) nonché aspirante regista che chiede di poter scrivere un copione assieme al maestro Blanco. In realtà quella richiesta cela una verità ben più grande, che Mateo ha cercato in tutti i modi di dimenticare ma che sarà costretto a riportare alla luce. Perchè Lena (Penelope Cruz), la donna che più di tutte ha sconvolto la sua vita, tornerà prepotentemente a farsi viva nei suoi ricordi.

Presentato in concorso al Festival di Cannes lo scorso maggio, Gli abbracci spezzati ha raccolto meno plausi di quanti sia solito riceverne il sempre affidabile Pedro Almodovar. Forse perchè alla fine della visione ci si rende conto di aver visto un film inusuale per il regista spagnolo, meno sentimentale e più misterioso, indecifrabile: sostanzialmente un melodramma tinto di noir, che si sviluppa su due piani temporali ed immerge lo spettatore in un vortice di passione e ossessione che trova sfogo nel liberatorio finale. Gli abbracci spezzati, poi, è anche un giallo. Un giallo la cui vittima però è assolutamente inaspettata. La vittima è il cinema. Il cinema stesso. La pellicola che il protagonista della storia, Blanco, stava girando all'epoca dell'incidente che gli procurò il suo grave handicap  (un film nel film che rimanda chiaramente, per temi e colori, a Donne sull'orlo di una crisi di nervi)  diventerà l'oggetto del contendere, il bersaglio designato per un gioco di rabbia e vendetta destinato fin da subito a non finire come preventivato. Almodovar gioca sul terreno che gli è più familiare, lasciandosi andare a citazioni e artifici narrativi degni del grande cineasta che è, ma rischiando anche, nella parte finale, di risultare un po' troppo schematico e poco incisivo.

Un film molto meno giocato del solito sul punto di vista femminile, checché ne dica lo straziante volto di Penelope Cruz sulla locandina, che anzi rivolge maggiormente la propria attenzione ai suoi protagonisti maschili, a cominciare dal regista non vedente, interpretato magnificamente da Lluis Homar, per finire con il magnate dell'industria Ernesto Matel, l'uomo che gli renderà la vita un inferno. Un film che si concede anche, a sorpresa, qualche esilarante sprazzo comico, complici dei filmini muti da interpretare seguendo i movimenti delle labbra delle persone riprese.

Almodovar confeziona un magistrale vortice di immagini e parole che ammalia ed appassiona, ridando finalmente dignità al mezzo espressivo con il quale da anni regala al pubblico piccoli grandi gioielli come questo.