Harry Potter e i Doni della Morte: Parte I: Recensione di Riccardo Balzano

Dopo la morte di Silente per mano di Severus Piton, i tre amici decidono di partire alla ricerca dei restanti Horcrux, oggetti che contengono i frammenti dell’anima di Voldemort il quale, preso il controllo del Ministero della Magia, dissemina il panico nel mondo magico e babbano assieme ai suoi seguaci Mangiamorte ed escogita un piano per eliminare una volta per tutte Harry Potter. Nel loro viaggio il trio scoprirà importanti informazioni sul passato di Silente e verrà a conoscenza dei “Doni della Morte”, oggetti misteriosi che donano il potere assoluto.

Concludere una saga longeva e di successo come quella di Harry Potter è un arduo compito, indipendentemente dalla professionalità e dalle qualità artistiche del regista: bisogna raccordare la linea narrativa degli episodi filmici precedenti, con le sue omissioni, le modifiche necessarie rispetto al testo originale, l’evoluzione dei personaggi, le atmosfere. E’ quello che  dovrebbe succedere, ma che succede solo in parte, ne “I Doni della Morte”, o almeno nel primo atto. E’ forse il film più incostante, in cui l’alternanza di bello e brutto è netta. E la domanda sorge spontanea: Yates ci fa o ci è? Difficile rispondere per la sconfortante incoerenza  che abbonda in questo penultimo film, drappeggiato di curiose e magnifiche intuizioni come di infime e immaginificamente impotenti risoluzioni, di tocchi pacati e commoventi e di calcati accenni di incompetenza.

C’è da rimanere interdetti, per davvero. Eppure si raggiungono cime significative, nello spettacolo (la rocambolesca fuga, in moto, dai Mangiamorte) e nella sfera intima (il malinconico ballo di Harry e Hermione), nonché nella raffinata e deliziosa animazione 3D impiegata per raccontare la fiaba de “I Doni della Morte”. Si azzarda (ma con discretezza) e, per la prima volta, la visione non è proprio consigliata ai bimbi: il taglio registico è più crudo, meno sofisticato, si ricorre spesso e volentieri alla camera a spalla e alla simulazione estetica del road movie, il macabro abbonda quanto la suggestione di atmosfere squisitamente horror (la breve ma intensa parentesi di Godric’s Hollow). Per il resto la dilatazione temporale (della narrazione e del metraggio) non rende giustizia all’iperbole letteraria del libro e risulta ancora una volta (e inspiegabilmente a questo punto) insufficiente a contenere e riproporre in immagini gran parte della materia. La nostalgia non ha tempo di esistere: gli addii sono rapidi (si guardi il congedo dai Dursley), in funzione dei tempi cinematografici. Perfino l’incantesimo obliante lanciato da Hermione sui propri genitori prima della partenza sembra dettato da una certa apatia. Ma già con la morte di Silente (senza funerali) Yates aveva dimostrato una certa scarsezza nella costruzione di pathos. La metafora politica, che revoca il fascismo (con tanto di omaggio al futurismo in un’interessante sequenza al Ministero della Magia, orchestrata da una simpatica complicità di musica e figure), va di pari passo con quella della maturazione , il senso di desolazione e solitudine che incombe sui protagonisti in un percorso di formazione che l’ha visti prima di tutto crescere e in cui ora esitano, consapevoli di ritrovarsi vulnerabili e privi di qualsiasi protezione (e se c’è, nel caso della cosiddetta “Traccia”, va a loro discapito) in un mondo ostile e insidioso.

Purtroppo non mancano inconguenze e deficienze di scrittura (affidata allo Steve Kloves  che si era fatto tanto rimpiangere nel quinto film), e il fiacco montaggio di Mark Day (alla sua terza volta “potteriana”) aiuta poco. Lo score di Alexandre Desplat non convince. Mentre Rhys Ifans, nella parte di Xenophilius Lovegood, è la vera sorpresa. Non meno notevole è il contributo alla fotografia del portoghese Eduardo Serra e (come sempre) quello dell’ottimo Stuart Craig alle scenografie.