Harry Potter e i Doni della Morte: Parte II: Recensione di Paolo Bassani

La saga cinematografica di Harry Potter è giunta al termine. La parte II de I doni della morte inizia esattamente dove si era interrotto il primo capitolo, riprendendo, ancor prima del consueto logo Warner, la scena in cui Voldemort profana la tomba di Silente e gli ruba la bacchetta di Sambuco. Harry, Ron ed Hermione devono trovare e distruggere gli ultimi Horcrux, e ben presto capiscono che per scovarli devono ritornare a Hogwarts, dove ormai Severus Piton è diventato preside e vige un clima di terrore e repressione. Nel castello magico ritrovano vecchi amici (Neville, Seamus, la professoressa McGranitt...) e dovranno prepararsi alla battaglia finale.

La prima mezz'ora di Harry Potter e i doni della morte - Parte II lascia disorientati. Perché l'inizio del film si ricollega ai toni drammatici della parte I rendendoli ancora più glaciali, senza speranza, ma piuttosto privi di pathos: mentre Harry parla con il folletto della Gringott per convincerlo a farli entrare nella camera blindata di Bellatrix (una sequenza in cui vedremo una magnifica interpretazione di Helena Bonham Carter che impersona Hermione), o durante il dialogo con Olivander (John Hurt), un silenzio di tomba, un tono sommesso, nessun accompagnamento musicale sottolineano una quiete e una calma irreali. L'effetto che Yates voleva ottenere però non è stato raggiunto in pieno, e questi primi frangenti risultano particolarmente spenti e sprovvisti di mordente.

E' dal momento in cui i tre protagonisti rimettono piede a Hogwarts che riscopriamo l'Harry Potter che conoscevamo: quello delle camerate zeppe di ragazzini urlanti, quello dei personaggi che si muovono nei dipinti, quello della sterminata Sala Grande, quello della spaesato Gazza e delle scale semoventi. Appena Harry vi rimette piede, la colonna sonora di Alexander Desplat sottolinea l'ingresso con l'ormai celeberrimo tema musicale creato da John Williams che non ascoltavano dai tempi del Principe Mezzosangue. Da lì il film cresce inevitabilmente: Alan Rickman e Maggie Smith ci regalano delle interpretazioni regali e maestose nella scena del loro confronto carico di tensione, ma ognuno ha il suo momento di gloria, dal ritrovato Neville (vero eroe del finale) a Molly Weasley protagonista di una battaglia con Bellatrix che potrebbe provocare tifo da stadio nei cinema.

L'evoluzione già intravista nella parte I giunge al suo apice in questo gran finale: David Yates, che finalmente trova una sua stabilità e coerenza artistica, osa ciò che dieci anni fa sarebbe stato impensabile: Voldemort che cammina a piedi scalzi su un fiume di sangue versato da decine di cadaveri, un'agghiacciante immagine verso la fine quando Harry si ritrova in quel "luogo senza tempo" che somiglia a King's Cross... Insomma, un finale che porta finalmente una saga decennale ad una maturazione attesa e importante, che funziona cinematograficamente anche perché spesso si distacca in maniera abbastanza netta (e sacrificando personaggi e scene magari attese dai fan) dal testo di J.K. Rowling.

Rimasterizzato in un 3D al solito superfluo, Harry Potter e i doni della morte - Parte II riesce anche a limitare gli inserti comici che nei film precedenti spesso rovinavano la drammaticità di molti momenti, regalando interpretazioni notevoli (Emma Watson straordinaria, su Ralph Fiennes non occorre neanche esprimersi, mentre finalmente Alan Rickman potrà donare estrema umanità - persino lacrime - al suo Piton) e sequenze più che riuscite (su tutte forse la rapina alla Gringott, con l'incantesimo di moltiplicazione degli oggetti e la fuga a cavallo del drago) mentre il finale ha il giusto tasso di epicità, con un duello Harry-Voldemort che si dipana su più set e si conclude con dignità. Il tanto chiacchierato epilogo non è invece memorabile, tutto finisce per essere un po' troppo sdolcinato, con trucchi estetici poco riusciti, e atto chiaramente a far uscire gli spettatori dalla sala con gli occhi lucidi, o più direttamente in lacrime. E difatti ci riesce. Ma la commozione è dovuta, perché ora è davvero tutto finito, e in un modo encomiabile.