Hunger Games: Recensione di Riccardo Balzano

Nel futuro, nel Nord America, conosciuto ormai come Panem, i dodici distretti che compongono la grande nazione, ridotti in miseria e governati da un Campidoglio, devono sorteggiare i propri due “tributi”, vittime sacrificali, un maschio e una femmina tra i dodici e diciotto anni. Questi dovranno partecipare agli Hunger Games, giochi bellici annuali in diretta TV organizzati dai potenti in memoria delle loro vittime durante la rivoluzione dei sottomessi avvenuta anni prima. Tra i ventiquattro concorrenti c’è Katniss, sedicenne impavida e addestrata alla caccia, ma soprattutto al tiro con l’arco, che si offre volontaria al posto della sorella minore. Parte con lei Peeta, meno agile ma dalla forza impressionante. Scopo degli Hunger Games è sopravvivere: il vincitore sarà solo uno.

Tratto dal primo dei  tre romanzi di Suzanne Collins è un thriller fantascientifico per ragazzi, di brividi ma non da brivido, compiaciuto quanto compiacente, ipocrita più che onesto. C’è di tutto: l’indagine sui metodi di comunicazione e rappresentazione più o meno leciti della televisione, inverosimilmente ancora medium preferito nel futuro (di internet o di una sua plausibile evoluzione  nemmeno l’ombra, si fa forse riferimento a qualche tipo di interattività di matrice videoludica), c’è il marketing (gli sponsor), c’è la violenza (non impressionante), c’è anche la storia d’amore, c’è la guest star (Lenny Kravitz), c’è pure l’autore in seconda unità (Steven Soderbergh), c’è la fonte di ispirazione (l’interessante e sconvolgente  “Battle Royale”, thriller grottesco made in Japan del 2000), manca invece di uno sguardo audace, di un’interpretazione valida, di una messa in scena coerente.  

Il prodotto si riduce così ad allestimento di un horror massmediatico che camuffa, sotto vacui pretesti di denuncia e d’indagine sociologica, riferimenti non dichiarati a tutto un settore cinematografico e letterario che del perverso voyeurismo di media (prima stampa, poi TV, infine web) e società, di manipolazione dell’opinione pubblica, di etica e di speculazione aveva già ampiamente parlato (da Orwell a Welles, da Lumet a Weir, da Cronenberg ad Anderson, da Howard a Tavernier, da Fellini a Boyle) in forma di narrazione fantasy per gli adolescenti - lettori e spettatori - più intrepidi. Ha a suo discapito:  una prima ora patita e piatta (fatta eccezione della tesa sequenza della “mietitura”), più spot promozionale di design e decòr futuristico, più catalogo di parrucche e costumi carnevaleschi, kitsch e roccocò, glam e revival vittoriano (moda del futuro secondo Judianna Makovsky, che l’ha disegnati), che narrazione di transito verso il fulcro dinamico del racconto; personaggi schematici che (r)aggirano l’ambiguità e si conformano allo stereotipo, prescindendo da psicologie e spessori (anche qui, unica eccezione, la protagonista, la brava Jennifer Lawrence); un subplot sentimentale banale e pretestuoso; un finale vile e disonesto.

Gary Ross che di TV aveva già parlato nel più riuscito “Pleasantville”, in cui denunciava, con aspra tenerezza,  il bigottismo degli USA anni ’50 giocando su altro tipo di intuizioni (le più suggestive, quelle cromatiche), confonde l’etica con l’estetica, con risultati assai infimi: procede per sottrazione, eludendo la censura e censurandosi a sua volta, trascrivendo la sintassi della violenza con la brutta forma (camera a mano, movimenti compulsi di macchina) fino a rendere l’azione indistinguibile, il macabro un insieme di segni non identificabili, anti-narrativi e anti-cinematografici. Le fughe per i boschi (ancora!), adolescenti spocchiosi, sadici e armati che si alleano in brigate (che senso ha se deve sopravviverne solo uno?), incendi disastrosi e bestie capaci di moltiplicarsi generati istantaneamente (e materialmente) da programmatori esperti, api dalla puntura mortale e unguenti miracolosi che piovono dal cielo accumulano soltanto spettacolo e tensione, senza che si manifestino,  e del gioco crudele, amorale e illecito come degli impulsi anarchici e anti-dispotici, leggibili nella metafora politica, non resta che un pallido riverbero, sintetizzato in un gesto di mano che compiange i propri morti e invita alla solidarietà e alla reazione, o meglio alla rivoluzione.