I Ragazzi Stanno Bene: Recensione di Riccardo Balzano

Figli di due lesbiche che l’hanno concepiti con l’inseminazione artificiale, Joni e Laser decidono di contattare, all’insaputa delle madri, il donatore di sperma che ha permesso la loro nascita. Lui è Paul, seducente gestore di un ristorante biologico che accetta di conoscere i due ragazzi a cui ben presto si affeziona. Ma l’incontro con le due donne, Nic e Jules, porterà non pochi problemi alla coppia prima e alla famiglia poi.

Si può presto intuire quanto  in un paese di bunga bunga dove già il concetto di individuo gay stenta a depurarsi da certi pregiudizi e intolleranze suggerite, così pare, da qualche tipo di coscienza cattolica che difende e asseconda un solo tipo di amore (quello eterosessuale), sia ben difficile concepire il concetto esteso di famiglia gay.

E’ invece meno intuitivo vedere una commedia, rispettosa dei codici e delle convenzioni hollywoodiane, fondarsi sull’effetto dello “straniamento”: dati due adulti con i rispettivi due figli (un maschio e una femmina connotati dalla comune caratterizzazione anti-sessista  che vuole  l’uno meno brillante e l’altra invece più intelligente) seguono i soliti litigi e le solite incomprensioni di coppia, la crescita ormonale e anagrafica catturate nella mutevolezza dell’adolescenza. Niente di nuovo. Se non fosse che i genitori sono due donne, mamme grazie all’inseminazione artificiale. Ecco che il pubblico si divide: i più di dirigeranno nell’altra sala dove magari (e siamo sicuri che si riterranno fortunati) potranno godere dello spettacolo illuminante di ragazze succinte e procaci divorate da pesci voraci. Gli altri che non temono confronti intellettuali con una certa mentalità tirannica e reazionaria potranno godere di un umile (per quanto ambizioso) esempio di cinema anti-anti-convenzionale. Per quanto l’omosessualità delle due donne possa essere ammiccante ed esplicitamente allusiva in alcune gag, sempre prescinde dalla loro genitorialità sfuggendo appunto alla definizione di non-convenzionale. E’ bene tenere a mente il titolo (che per una volta la distribuzione italiana non ha voluto convertire e forzare in indifendibili perifrasi o in banalità traduttive ). Si parla di ragazzi. Ragazzi non deviati, sani, educati, che amano (individui dell’altro sesso), studiano, crescono e rispettano i proprio genitori (gay). Ragazzi che testimoniano quanto un nido domestico vada valutato dall’amore (etero o omo che sia) che vi circola e da cui è protetto e non dalla sessualità di chi lo ha fondato, amandosi in ogni modo. Ragazzi disorientati nel vuoto (spaziale e affettivo) di una stanza che ricordano di essere amati col gesto semplice e spontaneo di un abbraccio prima di un addio. Ragazzi che stanno bene.  

Diretto dalla lesbica dichiarata, moglie e madre di un figlio, Lisa Cholodenko, è un’opera sincera, priva di sentimentalismo superfluo e tradita, in parte, da una piacevole prevedibilità. Regista e Stuart Blumberg firmano la sceneggiatura con brio e ironia. Gli attori fanno il resto, egregiamente (adulti e ragazzi). Ma Annette Bening sfiora una sublimazione interpretativa.