Il Curioso Caso di Benjamin Button: Recensione di Paolo Bassani

Dov’è finito l’uomo che ci ha tenuti incollati alla poltrona con l’efferato serial killer di Se7en? Dov’è finito l’uomo che in Fight Club ha esplorato ogni più malsano antro buio della nostra mente? Dov’è finito l’uomo che in Zodiac ha costruito un’adrenalinica ed appassionante caccia all’uomo? Beh, si è messo a fare il melodrammatico, ed il risultato sono 13 candidature ai prossimi Oscar! David Fincher, classe 1962 (regista anche di Alien 3 e Panic Room), porta sullo schermo in quasi tre ore una sceneggiatura di Eric Roth (Insider, The Good Shepherd) liberamente ispirata ad un breve racconto del 1922 di F. Scott Fitzgerald.

Una notte del 1918, mentre si festeggia la fine della guerra, nasce in una ricca famiglia uno strano scherzo della natura: un fagotto minuscolo e piagnucoloso che presenta incredibilmente le sembianze di un vecchio ottuagenario. Morta la madre dandolo alla luce, spetta al padre Thomas (Jason Flemyng) la decisione più difficile, e prende la peggiore: impaurito dall’aspetto malefico del piccolo, lo lascia dinnanzi alla porta di un ricovero per anziani gestito dalla signora Queenie (Taraji P. Henson) che lo ospita e lo accudisce in quelli che crede saranno gli ultimi giorni di vita del piccolo. In realtà le cose non andranno così, e Benjamin inizierà a crescere fisicamente ma a ringiovanire nell’aspetto, fino a quando sarà maturo abbastanza per lasciare la culla adottiva e partire per un viaggio nella vita che lo porterà a solcare i mari in compagnia di un capitano artista (Jared Harris), a conoscere l’altro sesso grazie ad una ricca signora incontrata in Russia (Tilda Swinton) e a scoprire l’amore per l’angelica Daisy (Cate Blanchett).

Un viaggio attraverso 80 anni di storia americana (la vicenda si conclude a New Orleans nel 2006) che in molti hanno paragonato superficialmente a Forrest Gump ignorandone la componente poetica e drammatica che nel film di Zemeckis era smorzata dai toni vivaci della commedia. Per tutta la durata del racconto Benjamin rimane una specie di estraneo in mezzo a estranei, una presenza tangibile ma eterea, fuggevole, che si lascia contaminare e sorpassare dagli eventi della vita e che trova gli unici momenti di vera umanità nei suoi incontri con la donna amata, fin da “bambino”. Neppure per un secondo si cade nel facile tranello dell’esaltazione del mito della giovinezza, anzi il film dice tutt’altro: è nella piena maturità che un uomo trova sé stesso e riesce veramente a compiersi, come succede alla 68enne Tilda Swinton attraversando a nuoto il canale della Manica. Il tutto governato da un’entità superiore, quella che ha permesso a Benjamin di nascere in quelle “circostanze straordinarie”, la stessa che lo fa addormentare tra le braccia di una madre/amante/compagna premurosa e consapevole.

Da anni, forse decenni si tentava di portare sullo schermo le pagine di Fitzgerald, ma tutti hanno sempre dovuto rinunciarvi per la mancanza della necessaria tecnica (non ultimo Ron Howard negli anni ‘90). Oggi, con i progressi della computer graphic, si è riusciti a creare addosso a Brad Pitt, nella sua definitiva consacrazione, una maschera digitale innovativa e credibile che lo spettatore accetta e non rifiuta. E con una narrazione fluida, semplice ma a tratti visionariamente intrigante (l’incipit con la guerra riavvolta, la scena del destino casuale e causale, i “fulmini” del generale Winston e i momenti d’epoca), Fincher ci regala un’opera che sopperisce ad una generale freddezza di fondo con l’eleganza e la finezza del racconto.

Siamo lontani dal capolavoro, ma se tra qualche giorno il film dovesse fare incetta di Oscar non sarebbe poi una grande ingiustizia