Il Discorso del Re: Recensione di Riccardo Balzano

Alla morte del Re Carlo V, il figlio minore Bertie, Duca di York, balbuziente, è costretto a prendere le redini del governo (col nome di Carlo VI) a causa dell’abdicazione di suo fratello maggiore David infatuatosi di una donna americana con due divorzi alle spalle. Rivoltosi a un logopedista, il borghese Lionel Logue, per correggere la dizione, dovrà pronunciare un discorso in diretta nazionale in cui dichiara guerra alla Germania di Hitler.

Nonostante il rilievo di certi accadimenti negli anni ’30-’40, in “The King’s Speech”  la Storia è pura cornice, mentre a interessare è l’individuo (preso in prestito ancora una volta dalla monarchia inglese tanto apprezzata dal cinema, sia per i fatti passati – si veda l’interesse per Elisabetta I- che per gli scandali più recenti – “The Queen” ).

La demistificazione del Re avviene stavolta tramite un processo di blasfemia dialettica che vuole il logos come arma di autolesionismo e autoaffermazione insieme. La balbuzie, che deforma la parola, esplicita ciò che l’espressione cinematografica può solo lasciare implicito: le mille sfaccettature dell’inconscio su cui Freud si crogiolava per trovarne una coerenza e su cui il logopedista  interviene “verbalmente” per assopirne gli stimoli irrequieti. E’ per questo che il discorso finale, una dichiarazione di guerra alla Germania nazista, suona come un’autocelebrazione che intravede una ierofania della voce (divulgata attraverso la radio, concepita come “vuoto” apparecchio per la riproduzione e diffusione fonica) e la determinazione del  proprio io che inaugura e detta un processo inverso rispetto a quello iniziale, di mistificazione della persona. L’oralità dislessica si riappropria finalmente dei propri contenuti e della sua forma “corretta” come il Re si riappropria del suo popolo e della legittimità espressiva.

Regale messa in scena di un dramma a metà tra psicanalisi e sociologia con inserzioni di buffoneria british, che si avvale della raffinata maniera di Tom Hooper (noto più per i suoi lavori sul piccolo schermo) e dell’ineccepibile interpretazione di Colin Firth, supportato da caratteristi di rilievo (dallo pseudo-socialista  Logue di Geoffrey Rush, al Giorgio V di Micheal Gambon). Helena  Bonham Carter lo affianca con devozione e garbo. Alexandre Desplat musica il tutto con delizia. 12 candidature agli Oscar, giustificate.