Il Grinta: Recensione di Paolo Bassani

La giovane Mattie Ross ha 14 anni, e vive in un mondo, quello del vecchio West nell'America del 1870, nel quale già le donne hanno poca voce in capitolo: figuriamoci le ragazzine come lei. Eppure è risoluta: si reca, sola e lasciando madre e fratellini a casa, in Arkansas, dove l'uomo che ha ucciso suo padre, tale Tom Chaney, è ancora a piede libero. Mattie lo vuole portare dinanzi alla giustizia affinché paghi per il suo crimine: ingaggia così uno sceriffo dotato di "vera grinta", Rooster Cogburn (Jeff Bridges) per dargli la caccia assieme a lei. Inizialmente scettico sia per la strana modalità d'ingaggio che per il fastidio di dover viaggiare con una bambina, l'alcolizzato Cogburn deve ben presto ricredersi su Mattie, capace di tener testa, col suo fare sfacciato, sia a lui che al loro altro compagno di viaggio, il "Texas Ranger" LaBeouf (Matt Damon).

Ennesimo, folgorante capolavoro per quei geniacci dei fratelli Coen. Che riescono, film dopo film, genere dopo genere, a prendere una storia, una situazione, un periodo che sembrerebbe avere - cinematograficamente parlando - delle regole e degli stilemi ben precisi e poco che non sia già stato detto, e a renderli qualcosa di mai visto prima. Un film che piacerà agli amanti del western storico come a quelli che lo credono morto e sepolto: i Coen prendono ciò che conosciamo bene, il classico uomo di frontiera rude e impassibile, dal grilletto facile e dalla sensibilità azzerata, e lo mettono di fronte ad una ragazzina che farà fare lui spesso la figura del bambinone malcresciuto. Jeff Bridges è incantevole nella sua caratterizzazione dell'ubriacone che alterna momenti di ironia spinta ad altri di elegante maestosità. Con lui, un Matt Damon che tenta di togliersi di dosso il mantello da eterno bravo ragazzo (ma ci riesce a malapena) e un Josh Brolin imbruttito che compare poco ma risulta disturbante esattamente come il suo personaggio deve essere. Ma è Hailee Steinfeld (al suo primo lungometraggio) il vero fulcro dell'attenzione del lavoro dei Coen: il suo talento è smisurato, ed esce vincitrice da più di un ring contro i suoi più blasonati avversari su grande schermo.

Circondandosi dai loro più fidati collaboratori (incantevole la fotografia di Roger Deakins, fenomenali le musiche di Carter Burwell), i Coen mettono in scena un film doloroso e pieno di rabbia senza tralasciare la loro sfacciata e tagliente ironia: magistrale in questo senso, per capire come i due mondi possano coesistere alla perfezione, la scena dell'impiccagione di tre criminali, uno dei quali pellerossa, o alcune fulminanti battute ("Perché impiccano la gente così in alto?" chiede la piccola Mattie a Cogburn: memorabile la risposta). Esilarante poi la trattativa monetaria che la bambina tiene ad inizio film. Ma Il Grinta è anche un film sul distacco (dalla famiglia lontana, dai cari perduti: toccanti i racconti di Cogburn sui suoi affetti passati) e sulla cooperazione e la coabitazione tra razze e persone di varie nazionalità: andrebbe visto in coppia con Un gelido inverno, anch'esso in uscita questa settimana. In entrambi i film, due ragazzine sole contro un mondo più grande di loro cercano di ridare dignità alla propria famiglia. In entrambi i film un ambiente circostante ostile fatto di pregiudizi razziali e di violenza inaudita. Ieri come oggi, nulla pare essere cambiato.