Inception: Recensione di Riccardo Balzano

Don Cobb, ricercato in patria (dove ha lasciato i figli) per omicido, è un abile ladro specializzato nell’estrarre preziose informazione dal subconscio. Viene contattato da Saito, importante uomo d’affari, il quale lo ingaggia non per impadronirsi di un’idea, bensì per impiantarne una nella mente di Robert  Fischer Jr., figlio del  defunto proprietario industriale rivale di Saito, con lo scopo di convincerlo a distruggere l’impero ereditato . In compenso Cobb potrà tornare a casa.

I labirintici spazi della mente assieme alle fumose e inconsistenti proiezioni dei sogni sono temi cari al  cinema. Nel corso della sua intensa e laboriosa (anche se non troppo lunga in effetti) storia c’è chi ne ha intrapreso percorsi surrealisti e onirici (i nomi sono tanti, da Bergman ad Hitchcock, da Lynch a Polanski) e chi ne ha immortalato gli aspetti più paurosi e violenti (si pensi al filone di “Nightmare” rilanciato recentemente). 

Nolan, che non è evidentemente interessato alla classificazione in generi, spazia dall’action al thriller, passando per il dramma, per interpretarne le vorticose e virtuosistiche spirali virtuali. E non è il primo. Vi erano già passati, tanto per citarne qualcuno, Cronenberg con le allucinate e allucinogene esperienze sensoriali di “Videodrome”, o meglio la Bigelow negli psichedelici “Strange Days” a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Le scatole cinesi di Nolan, chiudibili e schiudibili una volta assunte sostante soporifere, attraverso “prestigi” e paradossi, avviano una certa contaminazione alterna tra realtà e sogno, fino a confondersi e a deformarsi. Entrambi sono plausibili, entrambi ammassano persone (o fantasmi)  e luoghi, entrambi sono fuorvianti. Ed entrambi sono privi dell’ “inception” ( = l’avvio, l’inizio, d’altronde chi di noi ricorda i primissimi anni di vita?). I sogni, in letteratura e nel cinema, hanno spesso identificato quei  fenomeni del subconscio che avevano la funzione di rivelare uno o più dettagli rimossi o segregati nei meandri della mente o ancora accompagnavano con surreali contrasti fotografici dati dall’alternanza di conscio e inconscio visioni epifaniche. Qui non c’è rivelazione, esiste anzi un rapporto bulimico tra proiezione reale e mentale in cui una fagocita l’altra o addirittura aziona un processo di autofagia (l’iniezione di un’idea non reale nelle proprie irreali proiezioni mentali).

Oltre a una manciata di sequenze ad alta carica spettacolare, stupisce l’incredibile precisione e risolutezza nel portare avanti uno script ingarbugliato, ingegnoso, contorto. Ed è questo il vero prestigio di Nolan: saper districare il filo della narrazione (raffinato l’omaggio al mito di Teseo con Ariadne/ Ellen Page), senza perderlo, anche nel labirinto minoico della psiche.