Invictus: Recensione di Paolo Bassani

E' il 1994 quando Nelson Mandela, detto Madiba (Morgan Freeman) viene eletto Presidente del Sudafrica. La sua politica di riconciliazione nazionale, di abbandono dell'apartheid per una pura democrazia si deve scontrare con le forti resistenze sia del popolo bianco che del popolo nero. Per cercare di unire gli abitanti del suo Paese decide quindi di chiedere al capitano della debole squadra nazionale di rugby Francois Pienaar (Matt Damon) di compiere un'impresa titanica: vincere i campionati del mondo che si svolgeranno proprio in Sudafrica l'anno successivo.

La scelta di Clint Eastwood è chiara: Nelson Mandela non merita ombre, il suo personaggio è talmente grande e forte da meritarsi un biopic che sfiori l'agiografia astenendosene giusto in tempo. Invictus è un  film dall'impianto solido, dalla sceneggiatura efficace (firmata da Anthony Peckham, uno dei writer di Sherlock Holmes) e dalla resa cinematografica classica e di ampio respiro. La costruzione del racconto utilizza ben tre punti di vista differenti per narrare la storia: quello del Presidente, impegnato a imparare a memoria i nomi dei giocatori della propria squadra per non fare brutta figura di fronte a loro e a doversi nel frattempo occupare di "bazzecole" come intervenire ad una conferenza all'ONU o stringere patti economici con i paesi più industrializzati del mondo; quello di Francois Pienaar, chiamato a portare a termine un compito troppo grande persino per lui; e quello - il più insospettabile ed inaspettato di tutti - delle guardie del corpo di Madiba, un nucleo di persone bianche e nere costrette a collaborare e a vincere le proprie resistenze le une verso le altre in nome della sicurezza del loro capo.

Si diceva del forte rischio che ha corso Eastwood nel mettere in scena questo episodio, facendo di Mandela una figura quasi astratta, mistica: in questo senso l'inserimento nel plot di episodi cinematograficamente pericolosi come la decisione di donare un terzo del suo grosso stipendio da Presidente in beneficenza, o le camminate all'alba con i bodyguards di cui si interessa in modo quasi paterno, avrebbero tranquillamente potuto infastidire ed innervosire, mentre in Invictus trovano posto in un disegno più ampio e compatto, votato ad un positivismo totalmente giustificato. E la parte finale del film è tutta giocata sul campo, in una partita dall'esito conosciuto ma che riesce ugualmente a trasmettere un forte pathos allo spettatore. Merito soprattutto dello sforzo fisico di Matt Damon (da quello attoriale non ci si aspettava poi molto, la nomination all'Oscar è francamente esagerata) e della sua ottima complementarità con il Mandela di Morgan Freeman, mimeticamente straordinario.

C'è chi è rimasto deluso da Invictus perchè non all'altezza degli ultimi capolavori di Eastwood, da Million Dollar Baby a Gran Torino. Forse, anzi sicuramente, è così: la regia è molto sobria e alcune piccole pecche qua e là fanno storcere il naso (il momento in cui Pienaar visita la cella in cui era rinchiuso Mandela, ad esempio, è riuscito male). Ma sottovalutare Invictus perchè è "solo" un bel film anziché un "ottimo" film, suona piuttosto ridicolo.