Iron Man 2: Recensione di Riccardo Balzano

Svelata la propria identità, Iron Man/Tony Stark deve vedersela  ancora una volta con il governo statunitense che insiste affinché consegni all’esercito la sua arma, la stessa che Ivan Vanko, figlio di un fisico collega di Stark Sr., tenta di imitare e potenziare. Proprio per affrontare il temibile nemico, Tony farà appello ad alcuni suoi alleati (Nick Fury e Natasha Romanoff) e all’amico Rhodes.

Non bastano i nomi di richiamo che vanno ad infoltire il cast (Mickey Rourke, Scalett Johansson e Samuel L. Jackson) e il compiaciuto ricorso alle attrazioni del digitale per emulare (qualitativamente) il film precedente (che non era comunque immune da difetti). Il secondo Iron Man va a valorizzare (e a raddoppiare) quegli elementi che erano stati gestiti con moderazione nel primo per rendere meno dirompente lo spettacolo e più irruente la psicologia del personaggio.

Stavolta i  toni umoristici rischiano di sottendere involontari accenti auto-parodistici, Il sottile (poco palpabile in effetti ma presente) filantropismo del primo episodio si assottiglia sotto la complessa, virtuosistica e manierata dose di effetti speciali (i soliti) e l’Iron Man di Downey Jr., ancora più snob e chic, diventa caricatura di se stesso, pronto a calpestare una pratica valigetta per evolversi in supereroe, incapace invece d’involvere a persona (Tony Stark) perfino quando consunte immagini proiettate ritraggono un padre che affettuosamente afferma: “La cosa più bella che abbia mai creato sei tu”. La simulazione dell’atto “messianico” è decriptato ancora una volta in termini militaristici e capitalistici (l’umanità sarà salvata da chi produce e quindi possiede l’arma più potente), il Bene e il Male sono per l’ennesima volta individuati in figure fortemente stereotipate, in maniera più o meno superlativa (abbiamo un cattivo e un cattivissimo). Favreau è però un buon narratore e miscela in modo corretto ritmo sostenuto a dialoghi simpatici. Peccato per l’ostentazione di una tecnica che si alimenta di mirabolanti acrobazie di macchina eseguite senza alcuna originalità, spesso portate a termine con minima (se non assente) complicità visiva verso chi osserva e anzi con scrupolosa attenzione al metraggio (lo scontro finale racchiuso in una manciata di minuti).

Un sequel  nel complesso abbastanza godibile ma non necessario, utile forse più che a tracciare e ad allacciare un labile nodo narrativo col film precedente, a dare l’opportunità a Mickey Rourke di strafare (magnificamente) e alla neo-diva Scarlett Johansson di sculettare in tutina aderente.