La Bussola d'Oro: Recensione di Leonardo Piva

Lyra Belacqua è una piccola orfana che vive in una dimensione parallela in cui ogni persona cammina fianco a fianco ad un daimon (un’incarnazione animale della propria anima), e casualmente assiste ad una riunione in cui il proprio zio (Daniel Craig) presenta al Magistero (una sorta di istituzione ecclesiastica, neanche troppo lontana dalla nostra Chiesa) l’esistenza di una misteriosa quanto mistico/magica entità chiamata “Polvere”.
Il Magistero, poco incline alla volontà di lasciare spazio alla Polvere in quanto entità mistica, organizza in centri prestabiliti (gli inceneritori) esperimenti su bambini. In primo piano comunque rimane la storia della piccola Lyra che grazie ad un aletiometro (la bussola d’oro che è in grado, se usata nella maniera corretta, di rivelare la verità) supererà molte prove che le si presentano davanti; prime fra tutte, aiutare il depresso e frustrato orso bianco Iorek a tornare re della sua terra, per finire con il ritrovarsi eroina (questa volta in prima persona) e salvare centinaia di bambini con l’aiuto delle streghe guidate da Serafina Pekkala (Eva Green).

Il film delinea la storia solo nella prima parte, trascurando totalmente approfondimenti del plot e dei personaggi per tutto il resto della pellicola. Ne esce una trasposizione che accenna solamente ai temi controversi del romanzo di Philip Pullman (l’esistenza di una presenza mistica oltre a quella di Dio e una totale volontà di liberarsi dai vincoli e dalle restrizioni delle istituzioni religiose organizzate), compiacendosi più degli effetti speciali (veramente belli, ma d’altronde nel 2007 li si dovrebbe menzionare solo quando non sono tali) che della profondità della storia e dei suoi protagonisti. Per carità, qualcosa da salvare c’è, non un film costantemente piatto e imbarazzante come Le Cronache di Narnia o Eragon, però se la New Line Cinema sperava, anche se non si sa come, di bissare il successo planetario del Signore degli Anelli, inutile dire che il risultato sia emotivo che economico del film non sono neanche lontani parenti. Il film concede anche dei fiacchi omaggi al fantascienza ex-novo anni ’70, in particolare nel style degli inceneritori (dove per fortuna il nome è un’esagerazione: i bambini attraverso esperimenti vengono separati dal loro daimon, quindi incapaci di percepire la Polvere) con luoghi quasi totalmente bianchi e assolutamente claustrofobici, senza dimenticare la Polvere stessa, che non può non richiamare immediatamente la starwarsiana Forza.

La nota di merito arriva nella bravura degli attori protagonisti: Daniel Craig, Nicole Kidman ed Eva Green.
Nonostante i loro personaggi siano, per colpa dello script, piuttosto asciutti e intangibili riescono per quanto possibile ad offrire delle performance abbastanza convincenti, soprattutto per quanto riguarda Nicole Kidman che sembra vivere una seconda giovinezza.

Questa trilogia non sembra aver smarrito del tutto la possibilità di non vedersi già conclusa dopo il primo capitolo, però il cambio del regista (dato che si è accupato anche della sceneggiatura assolutamente priva di coraggio, che sarebbe stato utile per affrontare i già citati temi dei romanzi) sembra assolutamente necessario per far convivere l’aspetto contenutistico e blockbusteristico della storia.