La Casa: Recensione di Riccardo Balzano

Cinque ragazzi (tre femmine e due maschi) si ritirano in una baita nel bosco per aiutare l’amica (sorella per uno di loro) tossicodipendente nella difficile prima fase di astensione dall’uso di droga. L’abitazione, di proprietà dei fratelli, non è delle più rassicuranti: nello scantinato, in cui trovano tracce di sevizie e cadaveri di animali, reperiscono un misterioso volume sigillato che contiene informazioni relative a riti esoterici, invasamenti ed esorcismi nonché una formula che, appena letta dal saccente del gruppo, evoca uno spirito maligno che attacca per prima Mia. Gli altri confondono la possessione con i sintomi dell’astintenza e le iniettano esagerate dosi di sedativo, ma scoperta la verità li attende un epilogo dei più sanguinosi.

Prodotto e scritto (assieme al regista,l’uruguayano Fede Alvarez, Rodolfo Sayaques e Diablo Cody) da Sam Raimi è il rifacimento parziale del suo omonimo cult a basso costo del 1981. Recuperando plot e accumulando budget (17 milioni di dollari) Alvarez, 35enne fattosi notare sul web con un corto di fantascienza (“Ataque de panico!”) pubblicato su youtube, conduce un lavoro di aggiornamento del genere (più precisamente sotto-genere, quello demoniaco), ricatalogando caratteri e rielaborando sintassi filmica, intessendo una fitta rete di rimandi e citazioni (al film originale, come anche al miglior cinema horror) messa a disposizione di un racconto d’effetto che non prevede solo una mera violenza di superficie.  

Accantonato il grottesco (peculiarità del cinema di Raimi), rafforzando invece le tensioni erotiche sottocutanee, enfatizzando i rituali di possessione e “penetrazione” nel corpo altro, indagando sulle corrispondenze tra il maligno e il femmineo, binomio imprescindibile a cui il genere ci ha abituato, la nuova versione de “La Casa” difatti non solo sembra fare riferimento a un cinema perverso (nel senso di “eccessivo”) e autoriale screditato dalla maggior parte della critica come l’ “Antichrist” di Von Trier (la manifestazione del Male nel rurale, le mutilazioni auto-inflitte, la disprezzabile e ricorrente misoginia) ma induce la violenza non a favore di una bulimia di sadica referenzialità verso lo spettatore, bensì di un’esplorazione anatomica che vede il corpo (soprattutto femminile) come macchina degradabile (con roghi e seghe elettriche) e metamorfica, sempre tendente all’ (auto)annientamento (la tossicodipendenza e la possessione demoniaca si incontrano in un’interessante simmetria). Vogliamo leggerlo anche come manifesto splatter contro l’ipocrisia: la compassione solidale del gruppo  verso Mia si trasforma prima in commiserazione, poi in disprezzo.

Non possiamo però esentarci dal notare come improbabilità drammatiche (che addirittura invocano l’emotività) e dinamiche di genere, nonché evanescenza psicologica e una certa iperbole figurativa (la pioggia di sangue), non siano state aggirate da Alvarez a cui è stato messo a disposizione un gruppo di attorucoli scialbi e anonimi, sbiadite caricature più che personalità, come dal menzionare il funzionale intervento alla fotografia di Aaron Morton e la maestria del reparto trucco.