La Mia Vita è uno Zoo: Recensione di Paolo Bassani

Benjamin Bee (Matt Damon) è un giornalista con un curriculum pieno di escursioni su vulcani in eruzione, interviste a leader assassini ed esperienze il più possibile estreme. Una vita spericolata che subisce un contraccolpo notevole quando la moglie, nonché madre dei suoi due bambini, muore di malattia. Benjamin rimane con l'odiosa compassione della gente, con un fratello che cerca di scuoterlo (Thomas Haden Church) e con una vita da ricostruire. L'occasione arriva quando l'uomo, scaricato anche dal suo giornale, decide di trasferirsi: cercando casa però si imbatte in uno zoo senza proprietario, che Benjamin acquista per rimetterlo a nuovo.

Come analizzare La mia vita è uno zoo (pessimo adattamento italiano del più terreno titolo originale, We Bought A Zoo)? E' un Cameron Crowe sottotono o semplicemente un godibile film di sentimenti? Da Crowe probabilmente ci si aspettava di più. La storia (vera) e soprattutto il personaggio di Matt Damon (in una delle sue migliori interpretazioni), padre con un lutto da elaborare e una vita da riassestare, sono decisamente nelle corde del regista di Elizabethtown e Jerry Maguire, ma purtroppo stavolta la narrazione è decisamente più convenzionale e scivolosa del solito. Se non ci fossero delle immagini splendide (fotografate da Rodrigo Prieto), e degli sprazzi di potentissima umanità (la cassiera del negozio, la descrizione che Damon fa dell'incontro con la moglia defunta ai suoi figli), il film sarebbe anche troppo conformista. Troppo.

Dalla bambina che pur piccola d'età riesce ad essere più saggia degli adulti mettendo sempre la parola giusta (una macchietta che, oltre ad essere terribilmente non credibile, ormai ha stancato) alla relazione tra i due giovani adolescenti, fino al rapporto che pian piano va creandosi tra Matt Damon e Scarlett Johansson, prevedibile e scontato. Risatine fini a sé stesse, che nulla hanno a che fare con la profondità e la leggerezza di sguardo a cui Crowe ci ha abituati in passato. La mia vita è uno zoo finisce per essere quindi un film godibile ma che qualunque mestierante avrebbe potuto girare. Un peccato, perché la sceneggiatura offre più di uno spunto (e qualche dialogo riuscito, come la pericolosa domanda che Elle Fanning pone sul finale: uomini o animali?) E se verso l'epilogo anche a voi roteeranno gli occhi ascoltando l'ennesimo, inappropriato, banale utilizzo di Hoppìpolla dei Sigur Ros atto a creare la solita scena strappalacrime, beh stavolta almeno ha un senso che il brano sia presente nel film: la colonna sonora è infatti curata da Jonsi, uno dei componenti della band islandese.