La Migliore Offerta: Recensione di Riccardo Balzano

Rinomato e appassionato battitore d’aste, il solitario Virgil Oldman viene contattato da Claire, giovane rampolla di ricca famiglia che intende stimare il patrimonio lasciatole dai genitori. La ragazza soffre però di una grave forma di agorafobia che la costringe a segregarsi in un angusto spazio (dietro un pannello affrescato) nell’immensa dimora. Durante la catalogazione dei beni, Virgil e Claire hanno modo di conoscersi e tra loro nasce del tenero. L’uomo recupera anche dei misteriosi ingranaggi di antica fattura che porta al giovane e fidato amico Robert, piccolo genio assai capace nell’aggiustare e recuperare qualsiasi pezzo. Ma quando le cose sembrano andare per il meglio tutto prende una tragica piega. 

Sempre attento al dettaglio e una cifra stilistica composita e varia che in passato ha raggiunto sia vette di pomposità esecrabile (esempio più che eclatante di cinema autocelebrativo in forma di kolossal, il precedente “Baarìa”) come di accorta discrezione  (“Una pura formalità” ),  Tornatore agisce spesso a discapito di un impianto narrativo coerente e omogeneo, data anche la sua più nota e palese capacità nel comporre l’immagine  che la scrittura del film.

Anche qui non aggira qualche inghippo e dopo un primo atto noir, appassionante e sostenuto, (s)cade nel melò da corteggiamento, a metà tra inchiesta clinica e soap opera, con una rivelazione epifanica del personaggio femminile che sottrae mistero e aggiunge frivola emozione, trascurando fruibilità e tempi del reparto sentimentale, alternando tenero e tedioso, fino al patinato pubblicitario (ricordiamo che è stato autore di molti spot). Il finale, d'effetto e risolutivo attraverso un'orchestrazione sinfonica di montaggio e musiche (scritte ed eseguite per lo più al violoncello dal fide Morricone), riscatta solo in parte il melenso ipersaturo, extra-emozionale ed extra-anagrafico che non risparmia nemmeno l'appassionato amplesso tra la ventisettenne Claire e il settantenne Virgil: opinabile poetica (esigenza, forse) dell'esplicito. Avremmo preferito che continuasse e insistesse nella metafora, nella considerazione del raggiro (e del tempo forse) come sistema di ingranaggi che cooperano, in maniera spesso diffidente e crudele ma perfetta, così come nell’investigazione del corpo, quello bio-meccanico di un automa che sentenzia verità assolute e quello biologico della donna, silhouette costante e immobile, oggetto di contemplazione mistica e devota quando contenuto in una cornice e fenomeno di passione travolgente quando manifesto nella carne.

Vista un'ineccepibile performance di due senior d'eccezione (il caleidoscopico Rush e l'azzeccato Sutherland) non è da disprezzare la più sobria partecipazione dell'olandese Hoeks (doppiata da Miriam Catania) e dell'inglese Sturgess. Mentre alla fotografia l'ottimo Fabio Zamarion si conferma una garanzia.

Un ultimo quesito. Se è vero che “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”,  per “La migliore offerta” vale forse l’affermazione contraria: non mettiamo in dubbio che l’autore sia presente  (e chi scrive da sempre lo considera uno dei più grandi nel panorama contemporaneo), ma entro quale limite può definirsi autentico? Assolve al proprio compito o si auto-assolve dal dare una giusta forma e un senso compiuto all’opera contando sul nome e l’accoglienza (positiva) tra gli accoliti?

Che l’asta sia aperta.