La Regina dei Castelli di Carta: Recensione di Riccardo Balzano

Lisbeth Salander, la giovane hacker, colpita da una pallottola in testa, scampa alla morte. Viene accusata ingiustamente di triplo omicidio e la “Sezione” di Zalachenko, che vede nella ragazza una minaccia, cerca in tutti i modi di metterla a tacere una volta per sempre. Intanto, l’amico giornalista Mikael Blomkvist riesce ad avvicinarsi alla verità sul terribile passato di Lisbeth ed è deciso a pubblicare su "Millennium" un articolo di denuncia che farà tremare i servizi di sicurezza, il governo e l'intero paese. 

La trilogia (filmica) di “Millenium” ha poco di memorabile e si conclude nel modo più fiacco possibile, rinviando all’ultima mezz’ora (nei tempi dilatati delle udienze al tribunale) la conciliazione e il risolvimento delle complesse, improbabili per quanto (im)prevedibili piste narrative tracciate dai primi due episodi. Alfredson, con mediocre tecnica cinematografica, porta a termine il capitolo finale senza ingegno e con maniera, sulla falsa riga delle più care e meno ambiziose produzioni hollywoodiane. Non senza banalità: il duello finale tra Lisbeth e il fratellastro, energumeno albino,  una sorta di Maciste ossigenato tanto impassibile quanto goffo, rasenta il ridicolo.

Ancora una volta la pellicola si affida in modo spropositato alla performance di Noomi  Rapace e all’accorta fotografia (Peter Mokrosinski), esponendo per il resto un’estetica  di forte stampo televisivo, diluita nell'elaborazione di argute invenzioni visive e narrative (che nel primo episodio, diretto dal danese Niels Arden Oplev, tutto sommato non mancavano) e trattenuta nella ricerca di pathos e tensione. Le più di ottocento pagine del romanzo sono così “applicate” su pellicola fedelmente e svogliatamente, ma le due ore e mezza (sfiancanti) fatalmente non bastano a esporre per intero (e comprensibilmente, per gli sfortunati che i libri non l’hanno letti) quei cenni storico-politici in cui e per cui agiscono e agivano uomini che odiano le donne, donne che odiano gli uomini e donne che amano le donne.

Si conclude quindi una delle trilogie (ripetiamo che si sta parlando della trasposizione sul grande schermo e non del testo)  che ha assistito a un processo di deterioramento qualitativo di capitolo in capitolo, così maldestramente intricata ma in realtà abbastanza fragile da crollare su se stessa  (come un castello di carta), ed è certo che fuori dai Paesi Scandinavi, dove ha ottenuto un successo strabiliante, verrà presto dimenticata (e gli incassi, soprattutto nel nostro Paese, parlano chiaro). Ma a questo pensano gli americani: ad Hollywood, infatti, David Fincher è già pronto a dirigere il remake.