Le Avventure di Tintin: Il Segreto dell'Unicorno: Recensione di Riccardo Balzano

Reporter dal ciuffo inconfondibile, girando per i banchi di un mercato dell’usato, Tin Tin acquista un antico modellino di nave. Piccolo oggetto di culto che nasconde un altrettanto piccolo tesoro agognato dal misterioso Lord Sakharine, disposto a utilizzare metodi più o meno leciti per impossessarsene. Rapito dai suoi scagnozzi e sbattuto nella cella di una nave, il giovane vuole far luce sulla vicenda. In suo aiuto arriva Haddock, capitano di mare con la passione per l’alcol.

Nel lontano ‘83 (alla morte di Georges Remi, meglio conosciuto col nome d’arte di Hergé) Steven Spielberg acquistò i diritti di Tin Tin, fumetto apparso per la prima volta nel 1929 su una rubrica dedicata ai più piccoli del quotidiano belga “Le XXe Siècle” e destinato a diventare tra i più fruttiferi e apprezzati del ventesimo secolo (tradotto in più di ottanta lingue e venduto in più di 350 milioni di copie) e materia di cinque trasposizioni per il grande schermo, tra il ’47 e il ’72, di produzione franco-belga, due serie per la tv e una per la radio, tra il ’92 e il ’93, dell’inglese BBC.

Tratto da tre albi (“Il granchio d’oro”, “Il segreto del Liocorno”, “Il segreto di Rakham Il Rosso”), primo di tre film, ci sono voluti tre anni di lavorazione, tre importanti produttori (Peter Jackson, Steven Spielberg e la fide Kathleen Kennedy), tre sceneggiatori (tra cui Edgar Wright), e tre dimensioni per realizzarne l’adattamento più spettacolare e riuscito. Ancora una volta potremmo discutere sul mestiere e l’autorialità in Spielberg, ma siamo certi che in poche occasioni entrambe si sono manifestate con lo stesso vigore: l’autocitazione (da “Indiana Jones” a “Lo Squalo”) non è meno efficace dell’intuizione . E di intuizioni il film abbonda. La Weta Digital di Jackson deve indubbiamente aver giocato un ruolo importante in tal senso: la motion capture, metodo di ripresa e di rielaborazione digitale del movimento ampiamente utilizzata nell’ultimo decennio (da Zemeckis a Cameron), è assai raffinata e incita a indagare sull’etica e la natura dell’immagine cinematografica, o meglio su quella sintetica, in relazione alla prova attoriale e alla costruzione del racconto. Sottratti alle proprie fisionomie, quindi all’identità, e depredati delle sole prestazioni cinetiche, quanto gli interpreti possono definirsi ancora tali? Restano di loro le voci che necessariamente vengono sostituite nei vari Paesi in sala di doppiaggio. Se l’attore (in carne ed ossa) è referente di un icona (fotonumerica), il racconto stesso è ampliato nelle sue possibilità di svolgimento, di linguaggio estetico e narrativo, includendo l’improbabile nella probabilità, l’extradiegetico nella diegesi: si è al di là dell’onniscienza, i punti di vista sono innaturali, la macchina da presa si muove senza inibizioni, tanto da poter ambire a realizzare uno dei pianosequenza più lunghi di sempre (la spericolata rincorsa per le affollate strade di un villaggio in Marocco). La coerenza e la sobrietà non hanno motivo di esistere e, come sta a testimoniare l’Haddock di Andy Serkis (già coinvolto nella performance capture per Gollum ne “Il Signore degli anelli”), la lucidità è da trovarsi nell’ebbrezza e nell’eccesso.

Eccesso sempre funzionale, anche nella variazione di registri (dal noir alla commedia, dall’horror allo humour), perfino nei suggestivi titoli di testa, ma soprattutto nel generare meraviglia, la stessa che trent’anni fa vedeva l’ombra di una bicicletta stagliarsi contro il chiaro di luna e che oggi mira le dune del deserto convertirsi in onde impietose. In stereo 3D ovviamente (forse il migliore finora visto). Magie alla Spielberg. Musiche di John Williams.